Archivio dell'autore: Violeta

I mandarini di Fidelio

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Voi direte: che c’entrano i mandarini con l’opera teatrale? Come già sapete, tutti gli anni, da qualche anno a questa parte, i detenuti di San Vittore, uomini e donne, si uniscono a molte persone venute dall’esterno: magistrati, avvocati, politici, persone dell’alta borghesia e della cultura milanese nel panottico di San Vittore per assistere alla diffusione in diretta della prima opera d’apertura della Scala, quest’anno è stato Fidelio di Ludwig van Beethoven. Per tutti noi poter condividere una serata così eccezionale è un avvenimento molto gradito che ci fa sentire parte della società.

Quest’anno, poi, si trattava di un’opera che molto aveva a che vedere con noi, a partire proprio dal contesto: la prigione e dai costumi indossati dai cantanti: erano identici ai nostri vestiti; platea e palcoscenico erano la stessa cosa. Noi, gente comune che non conosceva l’opera, abbiamo però saputo apprezzare con un lungo applauso questa grandiosa partitura che ha toccato il profondo dei nostri cuori perché parla di una storia d’amore, di lontananza dagli affetti, di sofferenza e patimenti, ma anche di trionfo della giustizia e dell’amore.

Finito lo spettacolo, come l’anno scorso ci siamo diretti nel lungo corridoio del primo raggio dove ci aspettava il buffet preparato dalle nostre colleghe e dal cuoco Stefano, un classico risotto alla milanese; siamo stati accolti dal profumo inconfondibile dei mandarini freschi che troneggiavano nei tavoli e che pareva ci invitassero a sbucciarli subito e dal soffice aroma del panettone appena tagliato che diceva: mangiami, mangiami!

Per un istante mi sono sentita trasportare sulle ali della libertà, per un istante sono stata anch’io diversa da tutti i giorni. Anche noi abbiamo avuto il nostro Fidelio: sul palcoscenico arrivavano i fiori e a San Vittore i mandarini!

Attendere Gesù Bambino in carcere

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È come vedere una luce in fondo al tunnel! Vivere queste poche settimane prima della Sua venuta è desiderare fortemente ogni giorno una vita nuova dentro di noi, cercando di trovare un senso in tutto questo… chiedendo perdono per i peccati commessi, lasciandosi alle spalle ogni tipo di vissuto negativo.

Come disse Papa Francesco: “Il Signore non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono.”

Per questo non c’è occasione più straordinaria della sua nascita per chiedere di donarci una pronta libertà, ma anche tanta serenità per affrontare qualunque avversità, in questo posto lontano dai nostri famigliari e dai nostri affetti. Sono proprio questi momenti di festa e riconciliazione che si sente maggiormente la lontananza da casa. In questa occasione, il carcere viene addobbato da cima a fondo, ogni anno, ma il gesto natalizio è ancor più una fitta al cuore perché sei consapevole che passerai un altro Natale nella tua cella con l’insolita minestra calda, auspicando che questo sia il tuo ultimo Natale dietro le sbarre.

Beato chi è diverso

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Quanto è bello essere diversi, perché così ci ha creato Dio! Diversi sì, nella lingua, nella cultura, nel colore della pelle. Forse ci ha creati diversi proprio per confrontarci e amarci così come siamo. Ma, purtroppo, lo sappiamo che non è andata proprio così, è la storia che lo dimostra.

Forse la superbia dimostrata dagli uomini che parlavano una sola lingua nella costruzione della torre che doveva arrivare al cielo, rinunciando così al comandamento di Dio, che aveva voluto che si disperdessero nel mondo, fu il motivo per cui Dio creò scompiglio facendo in modo che tutti parlassero lingue diverse e non si capissero più, impedendo che la Torre di Babele venisse portata a termine.

Ci siamo così resi conto che eravamo tanto diversi da ucciderci a vicenda, da scatenare guerre di potere, guerre razziali, guerre di religione, fino ad oggi, niente è cambiato sotto il sole.

Ma non voglio solo parlare di cose brutte, perché sono sicura che esiste una bellezza nel diverso, quello che ci fa apprezzare proprio le differenze, che ci dovrebbero spingere a farci amare l’un l’altro e a condividere tante cose con chi ci è vicino, ma è altro da noi.

Questo vale anche per me, che, qui in carcere, faccio molta fatica ad accettare le persone per quello che veramente sono, la cosa è ancora più difficile che fuori. Ma sono profondamente convinta che la diversità è una ricchezza che ci aiuta a crescere, anche qui, rispettando le libertà di ciascuno.

Lo dirò forte: “Beato chi è diverso!”

La fotografia è presa da http://danielaedintorni.com/2014/04/06/la-diversita-di-ilaria-elmo/. Grazie.

Altro che Seleçao

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Anche se il mio Ecuador non è arrivato ai quarti di finale, come sudamericana avrei voluto che vincesse il nostro grande Brasile. Ci aveva fatto sognare con la Confederation Cup, ma quando mai tornerà a giocare un mondiale in casa?

Questa era la nostra grande occasione. Eh sì, Lacrime, quante lacrime; quando ho visto la Germania segnare il quarto goal, ho capito che era finita. Ma non riuscivo a crederci, come quando succedono cose che ti lasciano a bocca aperta.

C’erano già stati presagi: l’infortunio a Neymar, così grave, la squalifica a Thiago Silva, la colonna della difesa brasiliana. Penso che i ragazzi fossero scoraggiati, ma soprattutto avevano un peso troppo grande per loro, una responsabilià enorme per giocatori che fanno di questo sport un occasione di divertimento: toda joia toda beleza, come recita la canzone di Roy Paci & Aretuska e Manu Chao, così era il Brasile.

E la macumba brasiliana? Un sacerdote oscuro Helio Sillman, da Rio de Janeiro, aveva promesso di fare una cerimonia apposita, ha acceso candele con i colori brasiliani, formando un rettangolo che rappresentava il campo da calcio, dentro il quale ci ha messo le bambole verde-oro, collanine che mandavano energia e neutralizzavano la negatività. Non ha funzionato, a me che assistevo alla partita è sembrato che fossero i giocatori verde-oro, imbambolati e inconcludenti, a essere neutralizzati dai tedeschi.

Erano forse ancora sconvolti dall’infortunio del loro compagno, oppure tante individualità eccelse non formano una buona squadra, o forse ancora è stato un brutto scherzo del destino alla nostra fino ad oggi invincibile seleçao.

Angelo Scola a San Vittore

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L’Arcivescovo visto da noi che siamo dentro. Ci siamo preparate prima a questa esperienza, a tu per tu con Lui, elaborando delle domande discusse e raccolte fra noi donne.

E il grande giorno è arrivato, eravamo piene di entusiasmo perché non vedevamo l’ora di porgergli tutte le nostre domande. Lo abbiamo accolto nella cappella della nostra sezione femminile, era accompagnato dalla dottoressa Gloria Manzelli, la direttrice, e da altre autorità del carcere. Ho iniziato dandogli il benvenuto a nome di tutte noi donne, pregando con le parole del Cardinale Newman*.

Poi, tre di noi, gli hanno fatto delle domande sulla giustizia, sulla speranza e sulla libertà. Il bello di questo incontro è che non ci sono state barriere di tipo religioso perché eravamo di fede cattolica, musulmana, ortodossa e anche non credenti, tutte noi riunite volevamo da un rappresentante così importante della Chiesa delle risposte sulla nostra pena, di come la fede ci porta a cercare Dio in questi momenti bui della nostra vita.

È stato un bel pomeriggio, vissuto nel segno del dialogo e della fratellanza, e concluso con il nostro regalo per l’Arcivescovo: un cesto di fiori di carta, bellissimi, fatto da un gruppo di detenute.

* Il Cardinale John Henry Newman (Londra, 21 febbraio 1801 – Edgbaston, 11 agosto 1890) è stato un teologo e filosofo inglese. Il cardinale Newman è considerato uno dei più grandi prosatori inglesi e il più autorevole apologista della fede che la Gran Bretagna abbia prodotto, apprezzato anche dai non cattolici.

Tante voci una sola poesia

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Non so come chiamare questa giornata cosi particolare, piena, ricca di emozioni tante lingue diverse, odori….sapori…E, in tutte queste differenze, ci accomunava una sola cosa: LA POESIA…

…La voglia di condividere il nostro essere, quello che ci rappresenta, nazione, terra, cultura, amore, amicizia.   Ognuna di noi ha espresso con la poesia, il canto, il ballo, l’essere DONNA.

Lasciandoci alle spalle, per una giornata, il nostro reato, la nostra sofferenza per abbandonarci all’allegria, alla spensieratezza insieme alle volontarie, che ci aiutano, ogni volta, a organizzare questi eventi, per spronarci ad arricchire il nostro percorso.

GRAZIE… GRAZIE… A NOME DI TUTTE NOI!

Effetti collaterali della mia detenzione

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Con mia grande sorpresa, tanto superficiale, tanto immersa nel mio ego, certamente prima di entrare in questo posto, non potevo conoscere quell’altra parte di società che discriminiamo facilmente per la loro condizione sociale piuttosto che per problemi psichici, di dipendenza, diverse etnie, insomma tutto quel genere di persone che si può trovare in un carcere, ma che qui, giorno dopo giorno, ho imparato ad accettare, a voler loro bene per quello che sono, vedendo in loro non difetti, ma fragilità… domando un semplice sorriso, un abbraccio di conforto che qui dentro valgono e vogliono dire tanto.

Il razzismo dei reati

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E una realtà del carcere: “il razzismo dei reati” che si crea nel quotidiano del carcere fra noi detenuti. Noi selezioniamo o meglio discriminiamo tutte quelle persone che non hanno il nostro stesso reato e, per questo motivo, decidiamo di non frequentare, di non rivolgere loro la parola in questo contesto, perché giudichiamo con leggerezza e superficialità i reati che hanno commesso. Peggio è quando si formano dei gruppetti e si comincia con aggressioni verbali per finire a quelle fisiche.

Tutto questo succede perché ognuno di noi ha la sua giustificazione sul perché ha commesso il reato, allora si sente meno colpevole. Anzi, a volte, si fa vanto dello stesso, cioè, fa una classifica dei reati. E per finire perché nel codice d’onore del carcerato certi reati non sono ben visti ed ecco che subentra “il razzismo dei reati”.