SILVESTRO SERRA – Il Taj Mahal

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Fuori il solito caos, tricicli-ape piaggio, vecchie Millecento Fiat-taxi gialle e nere, mega carrozzelle argentate come il santo in processione, trainate da cavalli, venditori di occasioni, bambini di strada, questuanti, macchine strombazzanti, moto con quattro persone a cavalcioni.

Dentro l’ovattata oasi che da più di cento anni assiste ai riti mondani della classe dirigente indiana, ospita i suoi ospiti più illustri, star dello spettacolo e della politica di tutto il mondo.

In mezzo tra i due universi però ora c’è un dispositivo di sicurezza degno di Fort Knox.

Il Taj Mahal  Palace & Tower nel quartiere di Colaba a Mumbai (ex Bombay), in India fu infatti preso di mira (insieme all’Oberoi hotel e alla stazione dei treni) come simbolo da abbattere da parte di terroristi fondamentalisti esattamente due anni fa, la sera del 26 novembre del 2008.

Due mesi fa è stato riaperto in pompa magna, completamente rinnovato, ma nello stesso stile un po’ moresco, un po’ fiorentino, un po’ orieentale).

A tagliare il nastro è stato personalmente il proprietario Ratan Tata, l’Agnelli indiano (93 società, in 7 settori, dalle auto al tessile all’energia, 220 mila dipendenti) nipote di quel Jamshedji Tata che nel 1903, decise di costruirsi da solo il salotto buono dell’India, piccato per non essere stato ammesso, in quanto non bianco, negli esclusivi circoli imperiali britannici che all’epoca occupavano il p&ælig;se.

Un giro nei saloni, nei ristoranti, alla Jiva Spa, al giardino con piscina e sulla cupola a duomo e nelle 450 stanze (il prezzo parte dai 180 euro) che caratterizza questo palazzo-casa per Maraja, famiglie reali, attori e industriali di ogni p&ælig;se, vale un trattato di sociologia sull’India.

La sicurezza è invisibil ma ferrea anche all’interno. Tutte le aree comuni sono sotto l’occhio di discrete telecamere e ogni piano è presidiato da guardie. Nel guardaroba di ogni stanza c’è una scatola con dentro la maniglia della finestra in caso di necessità di aprire i vetri e un pulsante per dare lìallarme).

Ma il tempo, il design e 50 milioni di euro di restauri hanno cancellato completamente i segni di quella terribile giornata (295 morti, 300 feriti)
E per dare un tocco di modernità e di made in Italy è stato chiamato il noto designer italiano, Piero Lissoni, per realizzare mobili e interior decor per una categoria di stanze, molto diverse dalle altre.

La suite presidenziale e la suite Tata, che ha appena ospitato il presidente Barack Obama è invece di impianto più tradizionale. Come la suite Raj Put che a suo tempo vide ospite John Lennon con Joko Ono: bow window affacciata sul porto, sul mare Arabico e sulla grande Porta, The Gateway of India, (costruita per accogliere re Giorgio V e la regina Mary in visita nel 1911), grandi pavoni con la ruota dipinti alle pareti, persino l’interno dei lavandini smaltati a mano con disegni floreali.

La cucina di alto livello sia nei ristoranti indiani, occidentali, giapponesi (dall’Harbour bar al Golden Dragoon, al Wasabi)). Saranno i cuochi del Taj ad allestire i pranzi per la nuova coppia presidenziale che si prepara a scendere nell’edificio simbolo di Mumbai, il francese Nicolas Sarkozy con la moglie Carla Bruni, il prossimo 7 dicembre. E gli italiani? L’ultima visita di un governante italiano di alto livello, ricordano al consolato, risale al governo Prodi. Tanto tempo fa.  Forse il Taj non è abbastanza comodo per i nostri politici e l’India in fondo un mercato troppo piccolo per le nostre imprese?

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