STORIA DI PANCIA – 5. Le altre pance

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Finalmente comincia il corso di preparazione al parto. Si tiene in ospedale, una volta alla settimana, mi dicono che può partecipare anche Gian. Niguarda è gigantesco. Peccato per i muri scrostati perché è molto bello, con tutto quel verde e gli uccellini. Il reparto di ginecologia è molto lontano, leggo i cartelli segnaletici: MEDICINA DESTRA, dopo vari scervellamenti decidiamo che da quella parte curano gli organi che stanno a destra. Per raggiungere il reparto pediniamo due pance dal passo sicuro. Il colpo di grazia è una rampa di scale sulla quale arranco, per scoprire naturalmente che c’è un comodo ascensore girato l’angolo.
La sala d’aspetto è già piena di pance; qualcuna accompagnata dalla mamma. Mi siedo a fianco a una con la faccia simpatica, vestita come me. Arriva il medico che tiene il corso; è una donna, carina, col naso a punta, gli occhi grigi e dei buffi capelli. La stanza dove si tiene il corso è tutta azzurra, i muri, i cuscini delle sdraio, la scrivania, le tende, che colorano la luce che entra dai finestroni.
Gian va a cercarsi una sedia perché si vergogna di sedersi sulla sdraio. Io guadagno una buona posizione, laterale, in modo da vedere bene sia le pance che la dottoressa. Tutte prendono lentamente posto, la dottoressa segue paziente i movimenti, tenendosi il mento con la punta delle dita.
Gian torna con una seggiola, non si è ancora accorto del pacco che gli ho involontariamente tirato. Sono imbarazzatissima. Lui comincia a guardarsi attorno apprezzando l’azzurrità della camera, sta per accorgersene, se ne accorge, mi guarda completamente smarrito, sibilando tra i denti: sono l’unico maschio. Sento che vorrebbe evaporare ma ormai ha 30 paia di occhi che lo tengono imprigionato. Sento anche che mi odia e io per consolarlo tento di sottolineare i lati positivi.
Con il tempo la timidezza è vinta dall’orgoglio di essere l’unico, di avere l’attenzione di tutte.
Per tutti gli incontri nessuna ha mai cambiato posto, come a scuola. Ci si conosce per cognome, nomi e professioni non esistono, tranne per una: “l’insegnante”. Un giorno la dottoressa menziona la categoria, non è che ne parli male, ma tradisce una naturale antipatia per il genere, che più o meno tutte confermiamo, solidali. Una giovane signora, l’insegnante appunto, confessa la sua colpa e la seppelliamo di sonore risate. La nostra sorpresa fu assoluta quando sapemmo che proprio l’insegnante aveva partorito, per prima, senza dolore, lei così piccola e così INSEGNANTE..
Il corso è stato utile per familiarizzare col luogo, per condividere con mie simili le ansie; appena finita la lezione si va a far visita a chi ha partorito. Sono pochissime le sportive che sdrammatizzano, quasi tutte ci terrorizzano con racconti terribili. Esilaranti sono certe domande che le mie colleghe pongono all’incredula dottoressa: “sono al termine, se stranutisco posso provocare il travaglio?”. La lezione si conclude con il training autogeno, la dottoressa ci invita a chiudere gli occhi e a concentrarci su qualcosa di molto piacevole, poi improvvisamente lei batte fortissimo le mani, mi sento come piena di spilli, poi smette, dopo un po’ ricomincia. E’ la prima volta che entro nell’ottica di un travaglio, respiro bene, con la pancia. Penso che ce la potrò fare. Mancano ancora tre settimane.

© Ludovica Amat, riproduzione vietata


 

11 pensieri su “STORIA DI PANCIA – 5. Le altre pance

  1. Giobbi..

    Mia nonna di figli ne ha fatti 11, tutti in casa, tutti senza corsi. Non dico di tornare ai tempi passati, ma reputo esagerata tutta questa descrizione di pancia. Le donne hanno sempre partorito, la natura fa il suo corso, e quando il frutto è maturo casca dall’albero. Oppure oggi avere un figlio è un’emozione così rara che si amplifica la normalità?

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  2. Nontiscordardime

    ..ma guarda quanto sono simpatiche..
    grrrrrr
    comunque ieri, anche se in Abu Dhabi, ho avuto una perfetta cena sarda a base di pecorino sardo stagionato e non, porceddu, salsiccia piccante, pane pistoccu, malloreddu al sugo di capra e insalata.
    Inutile dirvi che sono stato male tutta questa notte ma…quanto sono stato bene a tavola!!
    Che bello avere colleghi sardi!
    😛

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  3. ludovica amat

    @gatta, perchè 20 anni fa non era così usuale. i maschi di adesso sono meglio, alcuni se potessero partorirebbero pure.
    @giobbi, sono daccordo, il parto è quanto di più naturale esista. ma ci possono essere complicazioni è meglio quindi essere in ospedale (ai tempi delle nostre nonne, per non dire prima, erano moltissime le donne che morivano di parto, sopratttutto se ne avevano molti.
    @nonty, come hai fato a privarti delle sebadas??

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  4. manu52

    @ Nonty. Ma i colleghi sono riusciti a traghettare il mai…le nei p&ælig;si arabi? Come hanno fatto?
    Però al menu tipico completo ti manca il torrone,la seada,filuferru e mirto. Ti avrebbero aiutato nella digestione! Eja!

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  5. Nontiscordardime

    Beh…la cena è stata gentilmente offerta dal collega sardo.. onestamente ho mangiato così tanto che non è che potessi stare a lamentarmi di quello che non ho mangiato! Qui comunque è possibile portare di tutto e reperire di tutto.. non sono in Arabia.. gli alcolici si vendono normalmente, purchè si sappia che non sei mussulmano. Per tornare al discorso iniziale… trovo che sia carino seguire il percorso della moglie perchè è vero che alla fine chi fisicamente sopporta il tutto è la donna.. ma è anche vero che il fagiolino che si porta dentro sente tutto.. e quindi sono certo che avverta una figura paterna prima ancora di venire alla luce. Oh.. e poi.. è una cosa iniziata in due e quindi è più che giusto che la si segua in due!

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