Archivio dell'autore: Ludovica Amat

Informazioni su Ludovica Amat

Scribacchina per passione, campa risolvendo problemi di comunicazione ad aziende e persone, prediligendo chi produce alimenti e bevande.

PEDONI SI NASCE

sono una pedonista seriale. avendo ottenuto la pace dei sensi cerco brividi sulla circonvallazione interna. sostanzialmente salgo in macchina al solo scopo, bè diciamo al prioritario scopo, di far attraversare la gente. decellerare sui “vialoni” per permettere ad una persona di attraversare su strisce che sembrano solo ipotesi, segni messi lì una notte da un ubriaco perditempo, mi dà un piacere che neanche certi amori. l’estasi: quando il/la pedone sgrana gli occhi, mi interroga fulmineo sulle mie intenzioni, accenna il primo passo, cerca conferma nella mia espressione (io mi sento così buona e civile e fraterna che devo avere un’espressione trasognata, estatica appunto)e poi risoluto va, alza la mano in segno di grazie e mi regala un magnifico, complice, sorriso. il sogno proibito: doppia freccia, scendere dalla macchina, accompagnare la vecchietta che non capisce nè chi è lei nè chi sono io sull’altra sponda, con un’Eroica di clacson e contumelie ad accompagnarci.

Strani incontri: ICTUS/1

Martedì, 12 novembre.
“E’ Ludovica?”
“seee, con chi parlo?”
“Sono Gattoni”
Frugo nella testa e trovo, dieci anni fa, un signor Gattoni, conosciuto probabilmente nell’agenzia di mia madre, che fa da tramite tra me e una grande tipografia per la stampa della mia prima guida per Casaviva.
E’ un omone che sembra sempre sul punto di scoppiare, occupa tutto l’ufficio con la voce e con le mani. Però è gentile e corretto e poi mi fa risparmiare un sacco di chilometri. Avrà cinquant’anni, apprezzo che mi tratti come un cliente qualsiasi, fregandosene dei trent’anni che ci separano.
“Mi ricordo, mi ricordo, come sta Signor Gattoni?”
“Ho visto l’articolo che parla di lei sul Vivimilano…” (fa lui il ripasso): “si è sposata, ha avuto un bambino, il lavoro va bene…”
“già…e lei come sta?”
“nsomma, ho avuto un infarto e un ictus (acccc, me l’hanno detto di non chiedere mai “come sta” così, senza sapere dove si va a parare)
“Accidenti, deve avere una bella fibra per essere..ehm, bè, cioè..”
“In effetti anche i medici dicono che sono una specie di miracolo..”
“E che cosa fa di bello?”
“Niente, sono in pensione forzata, sono in profonda depressione..”
Eccheppalle, ma tutte a me e adesso che cosa gli dico che di depressione ho appena fatto il pieno e perchè mi ha chiamato ecccheppalle, lui riprende:
“Senta quando posso venire a trovarla?”
“NO, cioè, non è che ho proprio un ufficio, cioè è la casa della mia socia, sa la recessione, la guerra del golfo, nel senso che mi muovo io volentieri, magari un giorno..”
“La posso venire a prendere io..”
“NO (oddio) cioè, ora che ci penso, le va bene domani da Cucchi? E’ una vecchia Pasticceria, bè non nel senso di vecchio (invece sì che ideona, così fanè, l’ideale per un depresso, accidenti) ho un appuntamento lì dietro alle cinque, si potrebbe fare che so, alle quattro e mezza?
“Va bene a rivederci”
Eccheppppalle e ora? E dovrò trovargli un lavorino poverino. E se è diventato piccolo piccolo? E se piange? Ma la strizzacervelli non aveva detto di finirla col buonismo? Va bene prima sento che cosa vuole maccccheppppalle… continua
 

CARRAMBA CHE SORPRESA

lemme lemme il pomeriggio scorso mi apprestavo a portare a compimento uno dei miei lavori in corso (che consiste nel convincere, non necessariamente per sfinimento, i giornalisti ad approfondire e pubblicar notizie) e mi imbatto, in quella infinita soffitta della mia posta in entrata, in un indirizzo corrispondente nella mia memoria a una ragazza che, dallo scambio di parole scritte, avevo percepito curiosa, accesa, simpatica, gentile, educata. soggetto prezioso in un mare di cafonalnevroticidepressi. sono passati due anni e non sarà più in quella redazione, mi dico, e infatti, ma la casella è sempre attiva e i modi della sua proprietaria identici, che, sorpresa nela sorpresa, più presente di me (che vivo a compartimenti stagli: lavoro di qui, tutto il resto di là, senza possibilità d connessione..) si rivela: E’ MISS CECIIII! che anche come miss ceci non ho mai inocntrato in vita mia, se non in questa bella stanza tutta per noi. la mia vita è così piena di coincidenze che sarà meglio mi appresti a disegnarne una mappa!

Matrimonio al circo

Laura Cantù è una ragazza speciale, e sorprendente. La conosco prima come mamma di tre fantastici ragazzini e poi mi sorprende quando mi saluta di fretta per dirmi che deve andare all'inaugurazione del circo, il suo!
Andiamo con ordine, che cosa fa una clown professionista con la passione del circo ed un socio della sua stessa pasta? Si fa costruire un tendone da circo nel cuore di Arona (dove vive) e ci ospita corsi di attività circensi per bambini ed adulti che vogliono sognare divertendosi! E chi vuole regalarsi una festa di nozze suggestiva è il benvenuto. Immaginate i tavoli disposti in senso circolare, come nei banchetti medi&œlig;vali quando si assisteva allo spettacolo nel corso della cena, immaginate personaggi felliniani rubati alla storia del circo che entrano in scena a rotazione, acrobati, giocolieri, trapezisti, giullari, p&œlig;ti, sputa fuoco, secondo una precisa regia che prevede scenografie, costumi di scena e musiche all'altezza. Questo sì che è un matrimonio da favola! per informazioni http://www.circoclap.it

E LO SPOSO DISSE NO

monopoli. non quello di parco delle vittorie, piuttosto quello di vicolo stretto. il cielo perfetto di puglia in settembre, qualche giorno fa, la chiesa rasa di inviati, la sposa era bellissima, il sacerdote invita lo sposo a pronuniciarsi, e lo sposo dice no. pausa. poi aggiunge: la sposa e il suo testimone sanno perchè. poi con i suoi amici e parenti, cioè il 50% degli invitati, va al pranzo di nozze, era già pagato si giustificherà poi. voi che avreste fatto?

STORIELLE TAGLIA E CUCI

ho ricomposto le parole del nostro scambio della quinta frase di pagina 56. con risultati surreali ma quasi sostenibili. sorge il dubbio che davvero gran parte dei libri siano scritti dai computer. oibò. che dite?

– parlami, dimmi qualcosa
– ma cosa importa se non posso correre?
– fa nulla, dai, mi piace questo gioco
– anche a me piace questo gioco e visto che mi piace ci provo.

– ma non è che poi la cuoca luisa è scomparsa per sempre?
– si faceva polli a colazione!
– ah..!
– incredibile ma vero
– per amalgamare tutti sti ingredienti dissonanti ci vuole una magia

– non sapevo che il 15 di agosto per indiani e pakistani l’ombra del vento è bianca!!
– che buffo!
– il traffico si ferma, i negozi abbassano la saracinesca, le scuole restano chiuse, i soldati indiani intensificano il controllo dei documenti, e la vita si paralizza

– è appena iniziato il 15 di agosto e di calligrafia non parla più nessuno
– e se facessero una giornata di lutto?
– nelle giornate senza pioggia vale anche per le p&œlig;sie e l’italiano.
– e cosa si fa se non si legge?
– avendo soltanto tre peli isolati sul mento e un musetto da bambola ricopio quella frase di zafon, la quinta della pag. 56

il sogno canaglia del soldato bambino era rassomigliare ai nemici della ribellione. e non è con me che vive. Pranzava ai margini del deserto, con marinella raimondi, ma ecco bruno gambarotta che guardava, da una vetrata colorata piuttosto ampia sul giardino, vasi di grosse piante esotiche. L edificio che da fuori sembrava cadente e abbandonato, all’interno era molto semplice, moderno e funzionale.
Noi, a torto o ragione, avevamo ogni anno la stessa camera, dove il giorno dell’indipendenza subivo lo scotto di lezioni semiserie da ben alì e la nostra meta era l’essenzialità di m. cancogni, intaccata soltanto da parecchi segni doppi: le pietre di licata, le sabbie di annaba e acqua. acqua senza fine.

neppure ben alì ha mai visto la sua copia dalla costa di barbarìa. Ma il suo destriero vedeva le belle di nerja, e, oltre, le fonti del ouled diellal

ma poi fosse scritta con il sangue la pagina 56?
forse l’avevo fatto, quando leggendo ci arriverò, capirò

AVANZI: di, che. ne copia pulsavano del!”) un li mia, della, e che… l’ho, “” di “: ” di di!! tra i di maggiore e minore! e poi ….. me di “” di … quello prima:<> da di che la che ne una

LA QUINTA FRASE DI PAGINA 56

ormai occupo impropriamente questa rubrica con argomenti che solo saltuariamente hanno a che fare con le nozze… ma non so trattenermi e poi qui la padrona di casa è persona decisamente ospitale. per esempio, tanto che si disserta di libri, vi segnalo che sui social network impazza un’idea carina: copiare sul proprio “profilo” di facebook la quinta frase della pagina 56 del libro che state leggendo. un passaparola misterioso e avvincente per indurre tutti a leggere di più. riporto qui la quinta frase del nuovo libro di valerio visintin, firma del corriere IL MESTIERE DEL PADRE (per i tranquilli milanesi la presentazione del libro sarà alla feltrinelli di corso buenos aires domani mercoledì 14 alle 18.30, se partecipate…fatevi riconoscere!). copiate di seguito la vostra quinta frase, vediamo un po’ che razza di racconto surreale riusciamo a comporre… ecco la frase: ” MA AVENDO SOLTANTO TRE PELI ISOLATI SUL MENTO E UN MUSETTO DA BAMBOLA, SUBIVO LO SCOTTO CANAGLIA DI RASSOMIGLIARE AI NEMICI DELLA MIA RIBELLIONE”

I BUONI PROPOSITI

comincio sempre così settembre. in attesa dei colori di autunno, più passionali degli altrettanto incantevoli della primavera, aspetto la prima nuvola nebbiosa per guardare la pioggia col naso appiccicato alla finestra e raccontarmi che quest’anno farò questo e farò quello. che poi non riesco col pensiero ad andare oltre natale, quando ho bisogno di fermare tutto e starmene un po’ in letargo sotto la neve. di diverso vorrei questa volta avere UN buon proposito e non tanti e magari contrastanti, in modo da poter concedermi meno indulgenza se poi li dimenticassi per strada. mi aiutate? per esempio scrivendo qual’è il vostro. non è che dobbiamo necessariamente andarci giù pesante, e se il proposito fosse la leggerezza?

MATRIMONIO D'AMORE E MATRIMONIO DI INTERESSE

Il matrimonio è sempre una questione di interesse? E quindi un matrimonio che riesce è quello che vede accontentate le reciproche aspirazioni dei coniugi? Quanto possa effettivamente, e chimicamente, rendere attr&ælig;nte un essere umano, per il fatto di rappresentare una promessa di felicità, non è dato sapere. Posto che il cosiddetto matrimonio d’amore è una evidente contraddizione pronunciata a partire dal secolo recente (a chi, nei primi irripetibili momenti di estasi e tormento dell’innamoramento passerebbe dall’anticamera del cervello di sposarsi l’indomani?) pare altrettanto evidente che l’idea di matrimonio giunga salvifica quando, di quei momenti, si perde la fiamma e se ne avverte struggente nostalgia. Ecco in soccorso il matrimonio d’amore che col suo vortice di emozioni e fatti materiali lenisce romantici struggimenti e tempra per una nuova consapevole e complice fase della propria storia di coppia. E’ amore? Forse è più propriamente amore per l’amore, ma val la pena tentare di costruirci sopra l’idea di una vita assieme, una casa, una famiglia. Mettendo in conto (ma chi mai lo fa?) inevitabili defaillance, spesso, ma non sempre, fatali. L’antico matrimonio di interesse, quello spudoratamente onesto nelle sue aspirazioni materiali, è forse un’idea più realistica, ma che subisce oggi un giudizio negativo a furor di popolo. In particolare pare che un crescente numero di uomini spiantati e prestanti affollino gli altari al braccio di volitive, e non sempre attempate, miliardarie, di nascita o di carriera. Signore che parrebbero (al pari dei loro cloni maschili con Barbie parlante accanto) povere vittime di cinici profittatori, ma che, almeno a me, risultano essere carnefici consapevoli, spesso autoironiche, simpatiche. Questa soluzione vissuta con consapevolezza può rendere felici entrambi i soggetti, per motivi diversi dall’amore che comunque, come succedeva nei secoli scorsi, si annidava altrove. Ma quello che conta sono i numeri: la crescita esponenziale di separazioni e divorzi non accenna a fermarsi e stupisce che la scelta più antieconomica per ogni famiglia non sia arginata neppure dalla situazione contingente dei conti italiani. E quindi che fare? Abolire l’istituto del matrimonio? Vivere con gli amici? Avendo già in curriculum una discreta esperienza (mi manca il matrimonio di interesse, ma potrei sperimentarlo nella seconda parte della mia vita) e nessuna soluzione ho chiesto lumi a un post adolescente di mia conoscenza. Che mi ha stupito, per lucidità e pragmatismo, con un programma in 5 punti. Eccolo. Premesso che: – i matrimoni finiscono – l’amore esiste ma può finire – i figli devono essere allevati dai due genitori almeno per 10 anni la proposta è: – il matrimonio a tempo. Durerà 5+5 anni. Alla scadenza, di fronte a un terzo soggetto (amico, parente, psicologo, fruttivendolo, insomma a scelta) si fa un outing dove viene ridiscusso tutto cioè si aggiornano le aspirazioni attuali e si decide se proseguire con una nuova promessa o lasciarsi. Chi ha figli è obbligato a resistere civilmente nella convivenza fino ai 10 anni del figlio o, diversamente, sceglie un affido congiunto. – Ad ogni modo, ognuna delle scelte (e questo trovo fantastico) va festeggiata con una celebrazione importante. Io l’ho trovato interessante, ma sono di parte, voi?

STORIA DI PARTO 10 – E ALLORA PERCHE’?

Il guaio è che ci si accorge tardi di essere ridicoli ed in genere è proprio il bambino a farti notare con gli occhi sgranati che dopo cinque minuti di: TACCA ZUM TACCA ZUM TACCA TACCA TACCA ZUM con mille varianti (in falsetto, con corsa, con piccoli balzi, muovendo la testa di qua e di là) è proprio il caso di smetterla.
E allora perché?
Per quel meraviglioso, indimenticabile, sorriso sdentato che un giorno quel bambino spalancherà, a tradimento, sotto i tuoi occhi, strappandoti l’anima per sempre.

© Ludovica Amat, riproduzione vietata

 

MARY POPPINS atto primo

ora lo so. quella di marypoppins è una malattia. contagiosa. allora, si era detto che andavo al Lago dalla mia amta sorellina a darle una mano a sistemare il laboratorio? non ci siamo neppure arrivate! questa settimana è stata dedicata nell’ordine alla sistemazione: dello studio di suo marito, delle stanze loro e della bambina, del giardino, perfino di bagni e cucina. la mia costante tentazione “problem solving” si concretizza solo su richiesta, il fatto è che quando ricevo l’invito poi non mi fermo più… mia sorella era contenta io mi sono divertita un mondo e mi sono anche ricordata come è carino stare assieme tra ragazze (ci ha raggiunte una cugina) a FARE delle cose e nel frattempo raccontarsi, è ufficiale: l’ozio mi ammazza mentre l’azione creativa, specie se condivisa, è davvero un bel passatempo. quella di mia sorella è la casa di due artisti che hanno fatto della loro passione anche un lavoro, è quindi gioiosamente caotica e piena di cose, il bello era quindi assecondare la richiesta di mia sorella di “razionalizzare” gli spazi conservando lo spirito della casa, a casa mia da un po’ di anni procedo per eliminazione, verso un essenziale sempre più essenziale, da lei no, non riesco a buttare nulla, perchè anche un sassolino lì contiene un’anima che va preservata. mi sa che ce l’abbiamo fatta, lei era felice e suo marito giunto poi a fine lavori pure. la cosa buffa è che tutti gli amici che venivano in pellegrinaggio erano fatalmente colpiti dalla sindrome e il giorno dopo ci dicevano di voler fare qualcosa di bello nelle loro case! e il laboratorio?? ora faccio una settimana di pausa al mare ma dal 21 si riprende… manu… hai un futuro davanti!!!

STORIA DI PANCIA 9 – Tornando a casa

“A me la depressione post partum non verrà” rassicuravo Gian appena partorito. Infatti due giorni dopo ho passato il pomeriggio in bagno singhiozzando per i motivi più disparati: i dolori anzitutto, e poi come farò a casa, e la stanchezza, e ho finito i biscotti, e la fame nel mondo…
Non ho voglia di visite. Mi stancano e costringono ad essere pimpante. Voglio stare solo con Gian e con il bambino. Gian è disperato perché non ha ancora tenuto il bambino in braccio. Per fortuna il secondo giorno a una poppata si dimenticano di portarmelo e va a recuperarlo lui: ci mette tantissimo a tornare.
Stare in piedi mi fa una strana impressione: mi sento tutta sbilanciata e poi mi viene l’affanno, non mi sento più un muscolo e i punti mi tirano, cammino a passi piccoli piccoli e vorrei correre, sentirmi forte per il ritorno a casa.
Il terzo giorno è quello della dimissione (sarebbe più opportuno fossero 5 giorni, e un tempo era così, ma una legge ha deciso diversamente). Mi lavo, preparo la borsa, mi vesto, le adidas mi sembrano gli stivali delle sette leghe, i pantaloni sono vuoti. Dopo aver ascoltato le indicazioni del pediatra non torno più in camera a salutare perché non ne posso più di frignare. Vado a prendere il bambino: è tutta un’altra situazione. Non c’è più qualcuno che cura il bambino per me, adesso è tutto sotto la mia responsabilità, quando me lo mettono in braccio, tanto per cambiare scoppio a piangere. Gian arriva subito, carichiamo il bambino in macchina, io non so come stare seduta e non riesco a ragionare. Il traffico mi dà fastidio, continuo a dire a Gian di far veloce e andare piano… Cerco di concentrarmi e fare un piano sugli orari delle poppate e poi quelli delle medicine, ma faccio solo una gran confusione, me li devo scrivere e non capisco neanche così. E piango.
A casa, al primo pianto prolungato del bambino si scatena il panico: “Cosa avrà? Che facciamo? Chiama il Vic. Ma non è mica un pediatra. Sì ma ha due figli. Ma non potevamo pensarci prima. Chiama la Clara. Ma poverina è mezzanotte. CHIAMA LA CLARAAAAA.” E piango. La Clara dorme, ma suo marito mi spiega un sacco di trucchetti: mettilo nella carrozzina, tienilo a pancia in giù, dagli da mangiare tutte le volte che vuole, coraggio, buonanotte.” Richiama anche il Vic: “Non ti preoccupare -dice- è così solo per i primissimi anni…” Finalmente rido.
Gian dimostra un autocontrollo e una lucidità invidiabili, cederà solo qualche giorno dopo quando io comincio a riprendermi, ha perso 3 chili.
L’abitudine ad avere un bambino cresce, sempre più in fretta. Una notte in cui è particolarmente imbizzarrito me lo fascio col lenzuolo sulla pancia e dormiamo tutti e due benissimo. Capiamo che non ha bisogno solo di mangiare, ma altrettanto del contatto fisico con noi. Gian la notte percorre chilometri in casa ninnandolo. Passati quindici giorni sono in ufficio a salutare e poi a tagliarmi i capelli, dopo venti giorni io e il bambino balliamo un mambo appassionato, sembra divertirsi molto.
 

© Ludovica Amat, riproduzione vietata


 

STORIA DI PANCIA 8 – L'ospedale

E’ mezzanotte, mi sono assopita da poco; la luce dei neon dopo qualche incertezza illumina di colpo la stanza. SI sente avvicinarsi un rumore di carrelli ed un gran vociare, un misto tra versi di gattini e di rane: arrivano i bambini.
Prima di entusiasmarmi per nulla mi dico che il mio non ci sarà, che è troppo presto, che lo porteranno alla prossima. Butto l’occhio verso l’infermiera che tiene in braccio due fagottini, lo riconosco (ma come è possibile?) “E’ li mio, è il mio” le dico. Se ne sta tutto buonino, fasciato stretto, il cuore mi batte forte come se stessi per conoscere una persona molto importante, ha un coprifasce scelto da Gian, che peccato che lui non sia qui. Al polso ha un braccialetto come il mio, con numero 363. Ha un buon odorino di mandorle e la bocca piccolissima e scura, tra bocca e naso la stessa fossetta che ho io, le mani tutte screpolate, io gli conto le dita. Vorrei guardarlo bene ma è tutto fasciato. Com’è carino e poi è proprio mio mio mio, lo stringo piano e lo ninno un po’. Ho la sensazione di avere più bisogno io di lui che lui di me, una sensazione che mi accompagnerà sempre. Le altre ragazze hanno già attaccato i bambini, allora provo anch’io, si attacca subito e succhia forte, che impressione, non pensavo così forte.
E’ un momento molto bello. Tutte con i bambini, ci si guarda sorridendo e parlando piano. Il momento in cui arrivano i bambini, nonostante il dolore che sento a stare seduta, è sempre il più bello della giornata “ARRIVANO LE RANE” urlo ogni volta per far ridere tutte.
Mi mancherà moltissimo l’atmosfera dell’ospedale, tutte le ragazze, il personale. Nei bagni non c’è carta igienica, ma l’assistenza, anche secondo chi ha partorito in cliniche private, è molto buona.

© Ludovica Amat, riproduzione vietata


 

ragazzadamarito in trasferta

cari tranquilli tra un’oretta cambio residenza per stabilirmi fino a fine agosto al lago. mansione: mary poppins, ho promesso a mia sorella che mi ospita di mettere ordine al suo laboratorio, una specie di scatola magica, però grande. sono certa di trovare spunti ed idee buffe da raccontarvi (sempre che la connessione funzioni…mia sorella non è molto attendibile sulle dichiaazioni in campo tecnologico…)tuttalpiù scriverò da un bar. magiche vacanze a tutti

WEDDING CAKE E AMICI DEL CUORE

a proposito di veri regali, quelli fatti col cuore, apprendo oggi, dal diario di una delle mie foodblogger preferite, che l’autrice si è cimentata (con successo) nella preparazione di una torta di matrimonio per i suoi amici del cuore. non è uno scherzo realizzare una torta per 150 persone se di professione fai l’archeologo e coltivi solo come hobby le tue straordinarie doti in cucina. bè, Lydia l’ha fatto. se volete la ricetta (della torta, ma soprattutto del senso dell’amicizia) curiosate nell’ultimo post di www.tzatzikiacolazione.it

STORIA DI PANCIA 7 – Il parto

La mattina del giorno del termine, il 20 giugno, come da disposizioni del Vic vado a Niguarda a fare il monitoraggio (con la famosa borsa con tutto l’occorrente lasciata, per scaramanzia, in macchina) trovo subito il Vic che mi affida a un’ostetrica. Il monitoraggio e la visita successiva non danno nessun segno di travaglio imminente e, furiosa ed incredula, devo tornare a casa. MA COME? Non partorisco? Pazienza, se non ho contrazioni, se è tutto chiuso, io DOVEVO partorire oggi. L’avevo anche scritto sull’agenda, 20 giugno: PARTO.
Anziché prendere la cosa con filosofia cerco di forzare la situazione, così decido con 40° all’ombra, di sabato, coi saldi, di fare un po’ di shopping in centro e, una volta a casa, minaccio di lavare i balconi. Alle 3: meraviglia, un dolore tipo del ciclo, tra reni e ovaia, un dolore insidioso ma tollerabile, che si ripete ogni quarto d’ora. Sto due ore sdraiata immobile, come in bilico, ad aspettare la contrazione successiva. Per non spaventarmi non guardo lì’orologio, ma lascio l’incombenza a Gian che sta di là e controlla i tempi ogni volta che urlo: AHIA. Dopo due ore chiamo il Vic che trovo perplesso, ma mi dice comunque di andare in ospedale dove troverò la ginecologa che ci ha tenuto il corso. Di nuovo passo dal pronto soccorso, sta volta euforica, con la famosa borsa diligentemente a tracolla, rifaccio la visita, non sono esattamente in procinto di partorire, ma mi faccio ricoverare lo stesso e da quel momento divento la signora dodici. Non trovo nessuna altra “pancia” con cui ho fatto il corso: sono rimasta ultima.
Comincio a non capire, ho le contrazioni, mi fanno male, sono ogni dieci e poi ogni cinque minuti ma non sono efficaci, nel senso che all’utero non succede nulla. Gian non mi lascia mai sola, c’è ancora un po’ di luce e si sta bene vicino ai finestroni. Un po’ camminiamo, un po’ mi tiene in braccio, non voglio andare a dormire, non voglio mangiare, voglio solo in partorire.
Gian non vuole andare a casa, quando verso le due di notte vado a sdraiarmi a letto, lui rimane sulla panchetta di acciaio. Quando mi rialzo è ancora lì, dorme come un bambino, con la testa appoggiata sullo zainetto. Da quel momento in poi ho un ricordo molto confuso. Perdo la nozione del tempo che per me è diventato un’infinita ripetizione di cinque minuti. Non mi ricordo neanche più che è giugno perché il tempo è brutto. Fa quasi freddo.
Le ragazze della mia stanza hanno già partorito e mi guardano sconsolate ogni volta che mi vedono rientrare in camera senza fagotto. Sono sempre più sconsolata. Ho fatto una quantità di monitoraggi e visite, tutte con eguale esito, ho parlato con tutte le ostetriche, infermiere, medici che erano di turno, ma nulla, pare che questo bambino non voglia uscire. Il secondo giorno, domenica, idem: sempre contrazioni nessuna dilatazione. Le forze, soprattutto di testa cominciano ad abbandonarmi. Sono sfiduciata, mi sento tradita. Decide Gian quando devo mangiare, camminare, dormire. La sera del secondo giorno viene il Vic a dirmi che l’indomani mi somministrerà l’ossitocina e che se la situazione non evolve mi farà il cesareo. Non ho paura del cesareo ma, nonostante la sfiducia sento e spero che l’ossitocina farà effetto. L’indomani dopo un’ora di ossitocina arriva il Vic, guarda il tracciato del monitoraggio e scuote la testa: qualcosa è cambiato , ma non molto. Alla fine della mattina sono completamente disperata. Il dolore dura da troppo tempo per assecondarlo come vorrei. Avevo sognato che si sarebbe stabilito, tra me e me, un sodalizio, non avrei dominato il dolore, ma lo avrei accettato e invece mi sento in guerra con me stessa. Ormai non credo più che il bambino uscirà. L’avevo detto io che era impossibile che ci fosse un bambino dentro di me. Sono sempre più disperata.
Alle due di pomeriggio l’ennesimo monitoraggio. E’ di turno l’ostetrica eritrea che avevo trovato quando avevo fatto la prova generale. Mi dice di andare a camminare che ci stiamo avvicinando, capisco che è cominciato il travaglio, quello vero, il letto della sala travaglio è il MIO letto, comincio a credere che da lì uscirò con il bambino.
Faccio un’ultima passeggiata con Gian, preferisco che non stia più con me. Devo tirare fuori delle forze che non so dove siano e ho paura che se lui sta con me non riesco a trovarle. L’infermiera è sbigottita: “ma come non lo faccio entrare? ma povero fiulet è da tre giorni che vive in ospedale”, non cedo alle sue affettuose insistenze. So che quando devo fare qualcosa di molto difficile devo stare sola. Prego un giorno di arrendermi al pensiero contrario. Il Vic non c’è, ma sento che ogni tanto telefona per sapere come sto. Dopo un po’ dal rumore di un piede capisco che Gian è dietro la porta, faccio finta di niente e mi distendo. Dopo che l’ostetrica mi rompe il sacco sono così contenta che tra un dolore e l’altro piango di felicità e finalmente comincio per la prima volta a pensare al bambino.
Purtroppo la macchina del monitoraggio obbliga a stare a pancia in su, una posizione impossibile da tollerare per la schiena, la cosa bella invece è che non devo “tenermi”, nessuno si scandalizza né si preoccupa, faccio tutto quello che voglio, mi sento un animale e mi piace molto.
Gian mi racconta dopo che facevo un verso strano, come una specie di e prolungata, con la bocca semiaperta, mentre, quando perdevo la pazienza urlavo: bastaaaaaaaaaaaaaaaaa o mi sono rotta i coglioniiiiiiiiiiiiiii etc.
A un certo punto arriva una ragazza, in travaglio anche lei. Non si lamenta quasi. Ci guardiamo senza parlare. Poi lei entra in sala parto (io muoio di invidia) lì caccia un urlo fortissimo che però non mi impressiona, quando finisce il suo urlo inizia il pianto del suo bambino. Penso il cuore mi si sia fermato dall’emozione in quello switch.
Finalmente l’ostetrica mi dice di cominciare a spingere. Quando sento arrivare la contrazione butto in fretta fuori l’aria, mi riempio i polmoni e spingo con tutte le mie forze guardandomi la pancia e tenendomi con le mani alle cosce. Eseguo quello che mi dice l’ostetrica poiché non avverto per nulla “il bisogno di spingere” tanto decantato, probabilmente annullato dall’ossitocina. Finalmente la corsa (sì, la corsa) in sala parto lì dietro. Le gambe imbragate la finestra con gli alberi SPINGI SPINGI tra poco arriva il mio bambino SPINGI SPINGI nessun dolore la faccia mi scoppia mi manca il fiato SPINGI SPINGI c’è un problema prova a risentire il cuore è il cordone SPINGI SPINGI forse ci vuole la ventosa chiama il dottore l’infermiera si butta sulla mia pancia e schiaccia con tutte le sue forze con gli avambracci uniti forse muoio SPINGI SPINGI ecco la testolina SPINGIIIIIIIIIII. Il bambino esce, caldo caldo e morbido, sguscia via in un attimo, lui piange io piango, non c’è dolore, c’è il bambino, gli aspirano il liquido amniotico, fa la pipì addosso all’infermiera, è proprio il mio bambino. Allora era vero. Arriva Gian, lo vedo grande grande, gli hanno dato un camice azzurro, mi bacia tutta la faccia, gli tremano le mani, guarda il bambino, sembra senza peso, mi mettono a fianco il bambino, dentro una coperta, è bellissimo, chiaro chiaro, pelatino, gira la testa verso di me e stringe il dito di Gian. Dopo un pochino lo portano via, me lo riporteranno dopo cinque ore per allattarlo. Cominciano i punti di sutura, devo avere litri di adrenalina in corpo che mi fanno discorrere animatamente con il chirurgo, intento a ricucirmi, di progetti, sponsorizzazioni, finanziamenti, problemi dei lavoratori. Gian è esterrefatto. Fuori dalla sala parto c’è mia madre che, mi dicono, ha avuto il travaglio anche lei, la mia socia, i miei fratelli. Tutti mi abbracciano. Io parlo parlo parlo e poi ancora, fino a notte inoltrata, ai danni della signora undici che ha la disgrazia di occupare il letto a fianco al mio.

© Ludovica Amat, riproduzione vietata

wedding & cabaret

a parte i matrimoni dei reali, in questi giorni raccolgo tante cronachette su sposalizi. certe esilaranti. sapete che chi si sposa civilmente può nominare come officiante un proprio amico. ecco, il consiglio è: attenzione all’amico cabarettista. a un recente matrimonio un’attrice comica amica di lui, nel ruolo di officinate, si è dilungata oltremodo in una gag sui problemi derivati dallo sposarsi, in cima alla play list pare ci fosse tutto quello che può succedere sotto le lenzuola, ma quando si dorme, o per meglio dire, quando dorme solo uno dei due. ora che l’officiante finalmente arrivò al punto cioè a celebrare il matrimonio, gli sposi, e soprattutto i genitori della sposa, pare avessero un esaurimento nervoso in corso.. mi raccomando, sul palinesesto mettetevi daccordo prima e..siate brevi per conservare quella bella tensione!

STORIA DI PANCIA 6 – La prova generale

Ieri ho fatto la PROVA GENERALE. Ho sentito, mentre dall’ufficio andavamo verso la macchina, un forte male all’addome, in alto. Poi ancora ed ancora a distanza di dieci minuti. Mi è venuto il panico, volevo andare a casa, prendere tempo, concentrarmi, ma pensavo pure che, se fosse stato il momento giusto, ci sarebbe voluto troppo tempo per tornare in ospedale. Così ci siamo diretti verso Niguarda col fiato sospeso, Gian era agitatissimo. Io sentivo una specie di tremolio ed ero fuori dalla grazia di Dio perché non avevo la borsa con tutto il necessario per la degenza. Era già sera. Siamo entrati dal pronto soccorso e a quel punto non avevo più neanche l’ombra di una contrazione. Ero anche un po’ euforica; dovevo avere un’aria poco credibile quando annunciai al medico dell’accettazione: sto partorendo! Un infermiere mi portò in macchina fino al reparto e mi consegnò all’ostetrica di turno. Appena varcata la soglia della zona parto presi come buon auspicio il pianto di un bambino nato in quel momento. Mentre l’ostetrica mi poneva le domande di rito ero entrata in stato preconfusionale e a un certo punto alla domanda “altezza?”, poiché seguiva immediatamente alla domanda “medico curante?” ritenni di dover dare l’altezza del Vic e dissi quindi: “tipo me”. L’ostetrica scoppiò a ridere e lo raccontò evidentemente ai colleghi, tanto che quando mi misero in sala travaglio ogni tanto qualche buontempone si affacciava chiedendomi: “di che colore ha la barba il suo medico?”. Naturalmente fu un falso allarme, i dolori non avevano nulla a che fare con il dolore del travaglio per cui firmai e ce ne tornammo a casa. Fui contenta però, perché avevo avuto modo di misurare il posto, vedere le facce dei medici, sentire che aria tirava.

 

© Ludovica Amat, riproduzione vietata