Archivio dell'autore: Redazione Quartieri Tranquilli

Il libro che mi ha cambiato la vita? Il gattopardo

La prima volta non l’ho letto, l’ho visto. Durante le vacanze estive a Teglio, in Valtellina, nella programmazione abbastanza consueta
di versioni b-movie, da Robin Hood al Corsaro Nero, era entrato il capolavoro che Luchino Visconti aveva tratto dal capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Mi ricordo poco di quella sera, neanche quale fosse piu` o meno l’anno. Solo che il parroco, il titolare della sala, al mattino negli annunci di fine messa si era raccomandato di arrivare prima del solito perche´ questa volta il film era davvero lungo. Pochi giorni prima di lavorare a queste pagine ho chiesto a mia sorella che cosa le fosse rimasto in mente. Senza esitazione mi ha detto: « Il ballo! » A conferma che noi maschi siamo sempre un po’ limitati, confesso che a me per anni invece giravano in testa solo le immagini degli scontri a Palermo, le sequenze iniziali tra garibaldini e borbonici. Sinche´ non ho rivisto il film – quando hanno inventato i dvd e` stato il primo che ho comprato – pensavo addirittura che durassero moltissimo. E, in ogni caso, hanno contribuito a farmi sentire garibaldino sin dalla preadolescenza.
Il libro l’ho scoperto dopo. Ma so bene quando: quinta ginnasio, al Liceo D’Oria di Genova avevo una di quelle insegnanti che rendono onore alla scuola. Enza Forgione, non so dove sia, spero che per un caso legga queste pagine: e` grazie anche a lei se mi sono reso conto che dei libri ci si innamora. Per aiutarci a capire che I promessi sposi non era una palla colossale (come accadeva al 90 per cento dei nostri c&&&&&œlig;lig;lig;lig;lig;tanei) e che bisognava inquadrarlo, ci aveva fatto leggere I Vicere´ di Federico De Roberto (l’ho offerto in opzione a Romano Montroni per questo libro nel caso qualcuno avesse gia` scelto Il Gattopardo). E poi ci aveva fatto discutere, aiutandoci a capire gli angoli oscuri (del romanzo e della storia italiana).
Insomma, dopo De Roberto, arriva Tomasi di Lampedusa e io, pagina dopo pagina, sprofondo tra i dubbi e le certezze del principe, mi impossesso del suo fisico poderoso, sogno il profumo di Angelica, immagino il timballo di maccheroni, sento l’eco dell’orchestra. Da allora ho una predilezione per i palazzi sbrecciati che cadendo qua e la` a pezzi mantengono il loro fascino grandioso.
L’unico aspetto che solo dopo riletture successive mi e` stato piu` chiaro e` quello erotico: le preghiere della principessa Maria Stella nel dopo, le fughe di Tancredi e Angelica nel palazzo di Donnafugata, le ansie di Concetta. A quattordici anni sognavo di piu` i garibaldini. E persino il conte Cavriaghi, l’amico sfigato che aveva diviso l’avventura garibaldina con Tancredi, mi sembrava un er&&&&&œlig;lig;lig;lig;lig;.
Tre cose che ho imparato leggendo Il Gattopardo/1

Diffidare sempre della ricchezza esibita (e del nuovo che avanza). Calogero Sedara che sale le scale con il frac tagliato su misura da un artigiano di Donnafugata e` la metafora potente di tante cravatte sbagliate d’oggigiorno. Dell’arroganza del denaro accumulato in fretta (e con modalita` oscure).
Mai rinunciare alla buona educazione.
Senza le maniere giuste il principe di Salina non riuscirebbe a trattare e far ragionare nessuno, da Calogero Sedara a padre Pirrone, da Ciccio Tumeo al retorico colonnello Pallavicino (bastano due parole sue per farti diventare garibaldino a vita).
Si combatte sempre per un re. Ma quale re?
Quando Tancredi saluta lo zio prima di unirsi alla rivoluzione i due parlano rapidamente. Conta di piu` il non detto. Ma da quel « quale re » che il nipote oppone allo zio in modo sfrontato discende la famosa teoria del tutto cambi perche´ tutto resti uguale. Certo, aiuta a capire i 150 dell’Italia, ma anche quanti guasti ci ha procurato.
Oltre vent’anni fa sono stato in Sicilia per la prima volta: durante una vacanza nella settimana di Pasqua giravamo con un gruppo di amici, tutti insieme in un pulmino. Quello che ci aveva invitato e organizzato viveva a Palermo, ma era originario di un p&&&ælig;lig;lig;sino dell’entroterra. E ci teneva molto a portarci li`. La sua famiglia era una di quelle in vista. Lo scoprimmo quando da un angolo della piazza deserta, dove eravamo arrivati con un po’ di ritardo sulla tabella di marcia, spunto` una delegazione impettita di varie autorita` locali, autoconvocatesi per rendere onore agli ospiti.
Alla loro vista mi scappo`: « Manca solo che cantino Noi siamo zingarelle». Non ho mai capito se l’ospite gradi` o meno, da vero siciliano
non lo lascio` intuire. Ma sembrava davvero l’arrivo della famiglia del principe a Donnafugata. Tornato a casa ho riletto Il Gattopardo.
Tre cose che ho imparato leggendo Il Gattopardo/2
Un siciliano e un piemontese vanno d’accordo.
Alla faccia della devoluzione, del federalismo: due persone di bei modi e buona intelligenza, che arrivano dagli estremi della Penisola,
si trovano subito. Chiamatelo teorema di Chevalley, dal nome del nobile piemontese che tira un sospiro di sollievo quando vede un aristocratico lombardo molto a suo agio in un palazzo aristocratico siciliano. Impagabile l’immagine dello stesso Chevalley e di Francesco Paolo, il terzogenito del principe, che portano insieme il bagaglio per eccesso di cortesia reciproca.
La grande letteratura e` sempre inattuale.
Tutta la vicenda e` immersa nel tempo in cui e` narrata, ma al contempo ne fugge. Scivola nell’anima dei personaggi e nei palazzi e nei giardini dove questi vivono. E illumina gli angoli oscuri degli uni e degli altri. Ci racconta uomini e donne assoluti, caratteri eterni. (Tanto e` vero che un genio come Luchino Visconti ha trovato un don Fabrizio perfetto in Burt Lancaster.)
Alle ragazze non piace Aleardo Aleardi.
Povero Cavriaghi che vorrebbe fare breccia nel cuore di Concetta con i canti del p&&&&&œlig;lig;lig;lig;lig;ta romantico (se Tomasi non l’avesse citato ce ne ricorderemmo?) Come pensa di farcela con pensieri cosi` sdolcinati? Neanche nell’Ottocento le ragazze erano cosi`. E poi lei, come dice il padre don Fabrizio, pensava al cugino Tancredi e quel nobile lombardo e` davvero come bere acqua dopo aver gustato il Marsala.
Lo scorso agosto solo in macchina, mentre guidavo in autostrada e riuscivo a prendere bene Radiotre per un lungo tratto (gli ascoltatori hard sanno che ha del miracoloso) ho sentito una lettura del capolavoro di Tomasi di Lampedusa. Non ricordo chi fosse l’attore, ma era molto bravo nel rendere conto della fragilita` del principe: erano, infatti, le ultime pagine, non le piu` famose o le piu` citate, quando tornando da un viaggio a Napoli don Fabrizio si sente poco bene e viene portato all’albergo Trinacria. Seguiva il finale, con la visita di Angelica e del senatore Tassoni a Concetta (e
sorelle) a Villa Salina. Mentre lo ascoltavo, mi rendevo conto di ricordarlo a memoria. Tanto che alla fine mi sono commosso e ho accostato in un’area di parcheggio per godermi un istante infinito di Gattopardo dentro di me.

pubblicato per gentile concessione di Longanesi, tratto da I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, a cura di Romano Montroni.
 

Il libro che mi ha cambiato la vita? Manuale di orticoltura

Il libro che mi ha cambiato la vita non me l’ha cambiata, la vita. Non e` andata come sarebbe potuta andare. Sliding doors, deviazioni, capricci del destino.
A sedici o diciassette anni vivevo in Inghilterra, da sola, senza la famiglia ci&&&&&œlig;lig;lig;lig;lig;`, in una scuola severa. Molte le fughe. Durante un viaggetto solitario per il Galles in autostop (parola che e` una dichiarazione
anagrafica: come dire Sip o frigidaire) finii non so come in una fattoria interamente alimentata da energie alternative, l’acqua, il vento, il sole. C’era anche una coppia di lesbiche che avevano un bambino. A paragone con l’Italia arretrata e bigotta di quegli anni, o forse non soltanto di quegli anni, sembrava di essere capitati sulla Luna. Pioveva tantissimo. Pioveva sempre.
Pioveva come non ha mai piovuto nella storia del pianeta Terra. Rimasi li` qualche giorno. Quando non sgranavo gli occhi per la bizzarria del luogo e dei suoi abitanti, leggevo. In quegli anni portavo
giacche enormi con enormi tasche, sempre le stesse, bianca a righine d’estate e blu di panno ruvidissimo d’inverno, in una tasca tenevo sempre un libro, nell’altra una pipa. Per darmi un tono, suppongo. Darei non so cosa per entrare (brevemente) nella mia testa di allora. Nella fattoria della pioggia, avevo finito la provvista e leggevo quello che trovavo li`. Di uno, il libro che mi ha cambiato la vita o anzi non me l’ha cambiata, ricordo tutto tranne titolo, autore, editore. Peccato non averlo rubato, come (ehm) parecchi altri prima e dopo.
Era un manuale di orticoltura. Bellissimo. Con illustrazioni meravigliose, come solo gli inglesi sanno, e istruzioni dettagliatissime su concimazione, irrigazione, attrezzi, infestanti, prose (che sarebbero le aiuole), trapianti, drenaggi, pacciamatura, sarchiatura, fertilizzanti, compost, semina a spaglio o a postarella, perenni e annuali, talee, ibridi, raccolta, rotazioni: tutto. Fascino assoluto.
Dopo un paio di giorni lo sapevo a memoria e smaniavo dalla voglia di mettere in pratica, di mettere le mani nella terra. Decisi irrevocabilmente che avrei studiato agraria per salvare il mondo dal la fame. Forse mi accesi la pipa, per celebrare la solennita` del momento. E infatti. Accidenti, quel libro ce l’aveva messa tutta, ma la vita
e` andata da tutt’altra parte. Non uno ma centinaia o forse migliaia i libri che l’hanno cambiata, Eliot e Bulgakov, Diderot e Capote, Gombrowicz e Flaiano, Pus?kin e Achmatova, Shakespeare ma anche le tonnellate di romanzi mediocri, di saggi mosci, di emerite porcherie maneggiate in tanti anni: i libri, tutti, sono stati il mio lavoro, dunque la mia vita.
Adesso che la vita e` nuovamente cambiata, quando prendo zappetta e annaffiatoio e vado nel mio orto, la` dove salvo non piu` il mondo ma una sua minuscola porzione, e mi interrogo sul rapanello,
che e` una brassicacea e dunque andrebbe messo dove lo scorso anno c’erano i pomodori, e su cosa fare contro la cocciniglia, e su quale varieta` di carciofo tentare, e qualsiasi altra cosa scompare a fronte della concretezza e dei suoi frutti, il fantasma del libro perduto mi accompagna. Ha vinto lui. Per festeggiare mi siederei a guardare le colline accendendo la pipa, se la fumassi ancora.
 

pubblicato per gentile concessione di Longanesi, tratto da I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, a cura di Romano Montroni.
 

Cinema: Il rosso e il blu di Giuseppe Piccioni

Vita privata e vita professionale di una preside alla ricerca della perfezione, di un supplente di italiano pieno di buone intenzioni e di un disilluso professore di storia dell’arte si intrecciano a quelle degli studenti dentro – ma anche fuori – un liceo romano in un incontro/scontro generazionale garbato e piacevole tra esperienze, successi, amarezze, sconfitte, assenze e presenze.
E poi in una stagione al cinema iniziata nel segno della cupezza e della disperazione (È stato il figlio di Ciprì, L’intervallo di Di Costanzo, Reality di Garrone e chi scrive non ha ancora visto Pietà di Kim Ki-duk), almeno la dolcezza del sorriso che chiude Il rosso e il blu invita a sperare nella speranza.
Promossi Margherita Buy e Riccardo Scamarcio, ma il voto più alto va a Roberto Herlitzka.
 

Non sprecare: un antidoto all’indifferenza

La lotta allo spreco quotidiano e automatico non può però essere delegata, con un cinismo pari alla rassegnazione, a un manipolo di uomini e donne coraggiosi, mentre noi alziamo le mani e ci arrendiamo. Per Non sprecare abbiamo bisogno di riscoprire il piacere di cose semplici, come la leggerezza della sobrietà, per esempio, con la quale noi italiani in un recente passato abbiamo cavalcato l’onda lunga del boom economico, della crescita e dell’approdo al regno dei p&ælig;si ricchi. Oppure come l’arte della manutenzione, che significa innanzitutto riconoscere il valore delle cose, prima di eliminarle con l’alibi dell’usura del tempo che copre, attraverso una finta necessità, l’ingiustificata rincorsa all’inutile, al superfluo. Non sprecare è un antidoto, genuino e salutare, all’indifferenza. E chi non spreca ha una possibilità in più di cogliere l’occasione, partendo da piccoli gesti, di pensare in grande a un’umanità meno avvilente per le contraddizioni e gli squilibri che noi alimentiamo con il nostro stile di vita. Non sprecare può significare perfino la scoperta di una bussola per uscire sul serio dalla Grande Crisi, derubricandola dalle leggi della statistica e dell’economia e afferrandola come un’autentica opportunità di cambiamento. Non sprecare è un dittico che se, per un miracolo della ragionevolezza, riuscissimo a sfilare dalla penombra delle buone azioni di minoranze attive, potrebbe diventare presto, per tutti, una nuova scelta di libertà, dalla schiavitù del possesso esagerato e inutile, e di responsabilità di fronte a una gigantesca umanità di ultimi, abbandonati al loro destino, che non saranno mai primi su questa Terra. In fondo, basta veramente poco per non gettare un pezzo di pane in un cestino, anche se talvolta le decisioni più a portata di mano sono quelle che prendiamo meno in considerazione. Basta poco, ma può significare tanto.

Nonno filosofo

Ho la sensazione che il nonno abbia una cura, un’attenzione e una curiosità per il nipote che ha il carattere della «leggerezza», in senso positivo. Hai più passato alle spalle di quando eri genitore e, anche se i nuovi nonni hanno o possono avere agende zeppe di impegni, la tua corsa nella vita ha un ritmo diverso e puoi avvertire la bellezza di tempi vuoti da riempire con legami e affetti di cura. Così, libero o più libero da oneri e impegni, ti può accadere di essere più aperto e sensibile alla fioritura di un cucciolo. Soprattutto, hai più possibilità di scoprire i processi in corso di apprendimento e di sviluppo per soglie di capacità dei nipoti e ti viene più voglia di giocare anche tu, in modi che in realtà trasformano un po’ anche te.
Non è semplicemente il fatto che non hai la responsabilità diretta dell’educare (sono i genitori che se ne occupano o dovrebbero occuparsene). È che il tempo della cura per i nipoti è vissuto come un tempo di arricchimento plurale, in due o in tre. Si delinea così una nuova geografi a dei legami che spesso ha un carattere di doppia lealtà per i nipoti: certe cose si fanno solo con i nonni. Ma, di nuovo, non per l’ovvia faccenda che i nonni ti lasciano fare quel che ti pare o che ti «viziano». Piuttosto, perché i nonni sono emittenti di stabilità sulle aspettative dei nipoti.
Questo a me sembra un punto importante. Ho l’impressione che il mestiere di genitore sia diventato un corpo a corpo con l’incertezza, soprattutto con l’incertezza che è in te. I nonni (i nuovi, forse, perché quelli vecchi erano affettuosi o burberi ma percepiti in ogni caso come anziani e, quindi, prossimi e remoti al tempo stesso) sembrano invece fonti di assicurazione e riduzione dell’incertezza e dell’intermittenza delle relazioni familiari. Il che è confermato dal forte tasso di ritualità che piace un sacco ai nipoti. Perché probabilmente è un gioco di conferma da cui traggono identità. I nonni, per dirla con il mio gergo filosofico,  fungono da offerta stabile di riconoscimento per i nipoti. Riconoscimento atteso, e confermato. Riconoscimento in certi modi. Quelli di un legame che ha la leggerezza del gioco ma che ha la serietà di una promessa mantenuta e iterata nel tempo.
Forse, direbbe mia nipote Camilla detta Billa, adesso mi sto gasando un po’ troppo da filosofo. E quindi taccio. Al prossimo giro.

Lotta agli sprechi, Premi alle buone idee

Perché un premio Non sprecare? Perché con il sito www.nonsprecare.it abbiamo pensato che fosse giusto riconoscere e valorizzare le buone pratiche orientate a capovolgere un paradigma del tempo contemporaneo, lo spreco appunto, con le sue insopportabili ingiustizie, con un Nord e un Sud del mondo sempre più distanti. Per partecipare c’è tempo fino al 15 ottobre ed è semplicissimo: basta andare sul sito www.nonsprecare.it e inviare una mail con la propria candidatura. Con l’aiuto di una giuria (della quale fanno parte Lucio Cavazzoni, Sergio Estivi, Cristina Gabetti, Jacopo Giliberto, Enrico Giovannini, Mons. Vincenzo Paglia, e Tristram Stuart) alla fine del prossimo mese di ottobre premieremo, all’interno del programma del Festival della Scienza a Genova, il personaggio, l’associazione, la scuola e l’azienda che si sono impegnati nel ridurre lo spreco e hanno trovato una soluzione percorribile da tutti. Il vincitore di ciascuna categoria riceverà prodotti biologici del gruppo Alce Nero & Mielizia pari al suo peso.

www.nonsprecare.it

Al cinema: Woody, di Robert B. Weide

Woody Allen ci fa entrare in casa sua, ci fa vedere dove e come scrive i film, ci porta nei luoghi a lui più cari, apre cuore e testa, ripercorre la sua vita rivelando nevrosi, dubbi, fragilità, tormenti, perenni insoddisfazioni e manie. Dai ricordi dell’infanzia alla gavetta come scrittore di battute per i giornali, dagli esordi in veste di comico alle prime prove attoriali, dalla prima regia a tutte le successive: Woody è un documentario molto documentato che in poco meno di due ore costruisce un ritratto di Allen piacevole e ricco tra spezzoni di film, gustoso materiale di repertorio e interviste agli attori prediletti, ai colleghi registi, ai familiari, all’ex moglie, e ancora ai produttori e ai co-sceneggiatori.
E chi si domanda perché Woody Allen negli ultimi anni abbia girato un film dopo l’altro a scapito – spesso – del risultato finale, in Woody troverà l’attesa risposta.
 

Il libro che mi ha cambiato la vita? La Recherche

Fu, come dicono i ladri d’auto al processo, una pulsione irresistibile. Avevo in tasca i soldi che la mamma mi aveva dato per comprare il regalo a mia sorella. C’era premeditazione? In un certo senso. In quel 1966, passavo nelle librerie aprendo con aria svagata il Proust di George D. Painter, troppo caro per il mio portafogli che arrivava appena ai libretti grigi della Bur. Mi ero reso conto che con quella somma avrei potuto comodamente comprarmi quel libro. Non ricordo esitazioni ne´ rimorsi, ma sento ancora il dolce peso del volume Feltrinelli con la sovracopertina bianca, nera e blu. A casa venni giustamente sgridato, ma mio padre non si sogno` di farmelo riportare indietro e mia sorella si limito` a tenermi il broncio per qualche giorno. Quello era stato uno strano anno. Avevo iniziato a leggere Alla ricerca del tempo perduto di Proust a settembre e, quando l’avevo
finito, in quel giugno caldo, alla vigilia degli esami di quinta ginnasio, avevo provato un senso di vuoto. Non sapevo ancora di essere stato drogato e che l’effetto sarebbe durato per molti anni e forse dura ancora. Leggevo Proust non solo come un’opera letteraria, ma anche come un manuale di vita. Percio` avevo un particolare bisogno di chiarire i dubbi lasciatimi dal libro con la straordinaria biografia di Painter. Non sapevo cosi` di contraddire apertamente la mia guida, Proust, che detestava ci si occupasse dell’esistenza di un autore. Ma la tentazione era troppo forte. Painter
era la mappa ideale per esplorare Alla ricerca del tempo perduto.
La sua onesta` era assoluta: « Non ho inventato il minimo dettaglio. Anche quando riporto i termini di una conversazione, quando descrivo
l’aspetto del cielo e l’espressione di un viso in un certo momento, non procedo se non con la certezza assoluta ». Sarebbe quasi impossibile descrivere una vita con lo sguardo vastissimo e forzatamente contraddittorio del suo protagonista. Per attraversare quel continente sterminato, spesso il biografo si rassegna a scegliere una delle infinite linee che lo attraversano. Solo nei casi piu` rari, come nel Proust di Painter, si sfiora la visione &ælig;rea, in cui ogni cosa puo` apparire e trovar posto in un orizzonte magicamente esteso.
Assorbito dalla Ricerca, avevo studiato poco, tranne la storia, che pero` avevo preparato sui libri di Montanelli. Invece di salvarmi con un ultimo slancio, mi tuffai nella vita di Proust. Cominciai a imitare lo squisito Swann. Cercai invano una cravatta tortora come quella portata da Proust piu` o meno alla mia eta`. Il meccanismo proustiano della memoria involontaria mi attr&ælig;va decisamente meno. Cominciai a apprezzarlo solo molti anni dopo. Diventai snob? E come avrebbe potuto non esserlo un discepolo di Proust? Ero pero` snob in astratto, « in sonno », in attesa di qualcosa
da ammirare. Anche se Swann, uno degli squisiti eroi della Ricerca, faceva l’agente di cambio, la Milano degli anni Sessanta assorta nel culto del denaro non era la citta` piu` adatta alla ricerca di supreme eleganze.
Arrivai agli esami come un vero marziano, ignaro del programma, ma in possesso di una vasta quanto inutilizzabile cultura proustiana. In compenso, come ogni ragazzo che ha letto troppo e vissuto troppo poco, ero arrogante e mi ritenevo al di sopra di tutto.
Pensavo ancora ingenuamente che la cultura e l’intelligenza fossero dei valori indiscutibili e andavo ingiustamente orgoglioso del poco che avevo dell’una e dell’altra. Andai agli esami senza la minima ansia, pensando solo a reimmergermi nella vita di Proust. Fu cosi` che mi diedero quattro esami a settembre. Da allora e per molto tempo non toccai piu` Proust ne´ Painter, che, mi sembrava, si erano rivelati poco adatti a guidarmi. Li avevo amati e mi avevano tradito. Non sapevo ancora che quello era il vero insegnamento di Proust.

pubblicato per gentile concessione di Longanesi, tratto da I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, a cura di Romano Montroni.
 

Il libro che mi ha cambiato la vita? La polvere del mondo

« I fianchi dell’Ararat alzavano nella notte un muro di piu` di cinquemila metri, nuvole parigine correvano sopra una luna di seta. Schiacciando la sabbia, le ruote facevano un interminabile e profondo respiro mentre i ricordi della dura Anatolia si scioglievano come zucchero nel te`. » Che dire di questo passaggio dal Caucaso all’altopiano iranico? Sembra di esserci. Nicolas Bouvier e` cosi`.
Non una parola di troppo, una voce leggera che va senza forzare il ritmo. E poi la precisione degli aggettivi, le immagini che restano scolpite senza bisogno di iperboli, l’attenzione spasmodica all’acustica
e al profumo dei luoghi.
Eccolo il piu` bel libro di viaggio del XX secolo e uno dei massimi capolavori dell’epoca. E ` L’usage du monde, tradotto come La polvere del mondo, un testo che ho quasi imparato a memoria e ho consumato fin a staccarne le pagine. L’ho portato spesso nei miei viaggi come livre de chevet, e in casa e` sempre li`, sul comodino, dove confesso di aprirlo a caso nelle notti insonni solo per arrendermi al respiro del viaggio, quella ricerca di un Altrove perduto che e` metafora perfetta della vita, e che viene – penso – dalla nostalgia oscura di mondi lontani da cui sentiamo di provenire.
Con la mia compagna-reporter, Monika Bulaj, ho disputato per anni su chi di noi per primo avesse parlato all’altro di Bouvier.
Poiche´ siamo entrambi viaggiatori, ciascuno di noi fieramente rivendicava la primogenitura di quell’illuminazione letteraria, ma poi ci siamo arresi alla constatazione che ciascuno di noi aveva fatto la scoperta per conto suo, che poi e` la sola cosa che conta. Prima di passare all’originale francese, ho letto questo libro cosi` tante volte nella prima edizione italiana che, quando la Diabasis ne ha utilmente revisionato la traduzione, ho avuto difficolta` ad abituarmi alle parole nuove. Mi era accaduto solo con un altro testo: Moby Dick di Melville, libro che aveva scatenato in me un attaccamento furioso a un’edizione tascabile Rizzoli anni Sessanta. Le ero cosi` affezionato che non volli sentire parlare di altre versioni e la rilessi fino a ridurla a brandelli.
Di Bouvier ho amato l’infinita tenerezza dello sguardo verso i
popoli piu` diversi. Sentite come l’autore svizzero descrive i m&ælig;stri turchi sulle montagne asiatiche. « Con caparbia d’artigiani », scrive, « essi lavoravano quella contadinaglia anatolica nodosa, reticente,
ma in fondo avida d’imparare, che e` la forza del p&ælig;se.
Piu` lontano, in angoli ancora piu` sperduti, minati dalla neve o dalla tubercolosi, altri colleghi in situazioni ancora peggiori lottavano per strappare la gente di campagna alla sporcizia, alle superstizioni crudeli, alla miseria. » Erano gli anni Cinquanta, e l’Anatolia « stava vivendo la civilizzazione dei m&ælig;stri di villaggio, della scuola elementare, della pagella… Non esisteva forse in Turchia un mestiere piu` ingrato, e piu` utile ».
E poi, alla partenza notturna da Istanbul verso il Caucaso, ecco il saluto alla vecchia Wanda, venuta dalla Polonia, padrona dell’alberghetto dove lui e Thierry Vernet, compagno di viaggio e illustratore inimitabile del libro, hanno passato alcuni giorni del mese d’ottobre. «Ci vide, disse ’Che Dio vi benedica piccioncini’, poi si mise a parlare in polacco… con inflessioni di una tenerezza cosi` desolata che ci occorse del tempo per capire che non ci guardava piu`, e non si rivolgeva piu` a noi, ma a una di quelle ombre antichissime, e care, e perdute, che accompagnano le persone anziane in esilio. »
Tenerezza di parole, ma anche tenerezza di lingua, resa con metrica ineguagliabile, al punto che la traduttrice italiana Maria Teresa Giaveri riconosce che il libro e` un « viaggio nella scrittura » prima ancora che « una scrittura di viaggio », una « lezione di misura oltre che di scoperta ». E poi l’esotismo dei p&ælig;si lontani « cancellato dall’attenzione alle dimesse liturgie del quotidiano », l’attenzione ai particolari. Lo svizzero Bouvier e` per me l’estetica del poco e del frugale che diventa anche sistema di viaggio, un modo per concentrarsi su quello che conta.
Immagini fulminanti. Ecco per esempio l’incontro notturno sulle strade dell’Hindukush con cavalieri armati di moschetto che scortano la jeep reale di ritorno da una battuta al muflone.
« Le domande rauche dei cavalieri e il nervosismo dei cavalli suggerivano la marcia prudente di un gruppo di viaggiatori attraverso frontiere poco sicure. Eppure la vallata era tranquilla; ma, da che esiste il trono d’Afghanistan, quelle precauzioni sono di rito, e permettono a un re su tre di morire nel suo letto. In un p&ælig;se di passioni in cui l’attaccamento alla terra, la rivalita` delle tribu` e il far dello delle vendette fanno mettere mano ai fucili in un attimo, e` difficile regnare senza ’prevenire’ un po’, ma poi ogni avversario eliminato vi mette fra i piedi tutto un clan di vendicatori. »
E ancora: « Non si deve credere che l’Islam, su queste montagne, sia tanto attaccato alla terra e al successo terreno. C’e` invece
un’insaziabile fame di essenzialita`, alimentata senza sosta dallo spettacolo di una natura dove l’uomo appare un umile accidente, e dalla sobrieta` e lentezza di una vita, in cui il frugale uccide il meschino…
L’Allah u akhbar, tutto si risolve in questo: un Nome la cui magia basta a trasformare il nostro vuoto interiore in spazio, e quest’ampiezza divina che, a forza di esser scritta in calce sulle tombe o urlata dai minareti, diventa davvero proprieta` di ognuno…
Fatto che non impedisce, naturalmente, l’inganno, ne´ gli eccessi di violenza; ne´ le risa salaci che fioriscono allegramente sulle barbe ».
Michel Le Bris, il « Grand patron » della letteratura di viaggio europea, lo scopre per caso nel 1960, dimenticato su una bancarella lungo la Senna, e viene immediatamente folgorato da una delle frasi di apertura: « Si crede di fare un viaggio, ma e` piuttosto il viaggio che vi fa, o vi disfa ». E ` un caso letterario, perche´ il testo semplicemente non e` stato letto, e Le Bris provvede a lanciarlo, non senza fatica, sul mercato francese. « Capita spesso che un libro vi illumini, tanto esattamente esso si accorda con cio` che stavate cercando nel mondo… Ed ecco, L’usage du monde e` stato questo per me. »
« Il fuori guarisce », dice Bouvier. Il fuori ti strappa dall’inutile sondaggio dell’insondabile, in fondo all’anima. Ma il « dentro », la libreria del viaggiatore, e` l’altro polo del vivere dove le folgorazioni del mondo diventano scrittura, la fabbrica dove una folla di libri si agita e si sporge dagli scaffali, si impossessa di te indicandoti altre direzioni. I libri ti possiedono, talvolta ti minacciano, e non importa, dice Le Bris, che siano scritti da filibustieri o acchiappanuvole, se sono serviti a costruire il tuo immaginario. Non e` un caso che l’atto piu` doloroso di chi parte per esplorare terre lontane non e` tanto il distacco dagli affetti, ma l’abbandono del Libro, il padre che ti ha indicato la strada. Dev’essere un saluto pieno di cautele, scrive ancora Le Bris, perche´ « non si sa mai di quali vendette siano
capaci i libri ».
Ecco, con L’usage du monde ho provato appunto questo. Il timore superstizioso di separarmene a ogni partenza per terre nuove, la paura di fare a meno di un breviario che mi aveva aiutato a crescere e orientarmi nel tempo e nello spazio. In Bouvier ho trovato conferme di cio` che stavo cercando da tempo e di cio` che avevo trovato negli anni. L’alleggerimento del bagaglio che diventa lezione di stile e preludio al piu` misterioso dei viaggi, quando si va nudi e soli oltre la linea d’ombra, senza conoscere ne´ lingua ne´ terreno.
Il godimento di attimi effimeri che hanno un’intensita` superiore a quella dell’amore. E quell’insufficienza centrale dell’anima da cui
parte il nostro desiderio di andare.

pubblicato per gentile concessione di Longanesi, tratto da I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, a cura di Romano Montroni.
 


 

Il libro che mi ha cambiato la vita? La ballata del caffè triste

Che stupidaggine le classifiche personali. A un certo punto erano diventate di moda, e tutti a infarcire di irrilevanti graduatorie romanzi, racconti, articoli. Ognuno ti infliggeva le proprie scale di valore puntando a renderle spiritose, se non altro nella scelta degli oggetti da classificare: scarpe con tacco, insetti, cattive notizie… Senza dimenticare quelle che in realta` non vedevano l’ora di sferrarti: i loro cinque libri preferiti, e i cinque film, e i cinque dischi. Sono proprio queste classifiche di tono compunto e solenne le piu` insensate: cinque non basta, e` un numero che non rende giustizia alla sterminata produzione artistica con cui ci misuriamo. Cinque e` una beffa, un orizzonte limitato, un’occlusione mentale. Ma se non crediamo nelle classifiche, cos’altro puo` guidarci quando ci avventuriamo a cercare un filo conduttore nell’arazzo dei nostri gusti? Secondo me, il disordine dei ricordi. Fa testo quello che rimane vivido nei nostri pensieri, non solo per le sue qualita` intrinseche ma anche per il momento o la situazione in cui ci si e` presentato.
Per esempio, io non saprei dire quale libro mi abbia cambiato la vita, perche´ forse dovrei partire da Pippi Calzelunghe o da Pollyanna, i primi libri di cui ho memoria. Ma poi ricordo che un giorno, durante le vacanze della terza media, leggendo I Buddenbrook e scoprendo che l’autore l’aveva scritto tra i ventuno e i venticinque anni, con un senso di sconfitta e forse anche di sollievo pensai: no, non diventero` mai una scrittrice perche´ non ha senso, non potrei far meglio di lui, e` troppo bravo e non mi metto certo in competizione se so di perdere. E ricordo anche che quando avevo trentasette anni cominciai a cambiare idea, scrissi qualche racconto e un giorno incontrai a Milano Luca Doninelli, uno scrittore che avevo visto di sfuggita un paio di volte e che conoscevo solo perche´ era stato compagno di classe di mia cugina. Seguendo il tipico copione dell’aspirante scrittore tento goffamente di rifilargli i miei primi esili raccontini per ottenerne un giudizio. Qualche tempo dopo, Luca mi consiglia di leggere un libro, secondo lui
adatto a me per come mi ha conosciuto tramite la lettura di quei raccontini.E ` un romanzo breve di Carson McCullers, una scrittrice americana della Georgia, pubblicato nel ’43. Si chiama La ballata del caffe` triste. Quello di Luca e` il consiglio di uno scrittore credente, tremendamente credente, addirittura di CL, insomma un marziano per me, con tutti i miei pregiudizi antireligiosi e soprattutto anticiellini. Non cerchera` di traviarmi, di imbottigliarmi in un percorso di conversione, di rifilarmi qualche stucchevole autore mistico? Piena di scetticismo, cerco il libro, che e` introvabile. Fuori commercio. Come tutte le cose difficili, la ricerca diventa appassionante. Infine ne scovo una copia ingiallita – stampata nel ’91, e siamo nel ’98 –, una copia che il libraio aveva dimenticato di rendere, nonostante il mediocre successo di vendite. Tutto questo per dire che la combinazione di consiglio proveniente da persona presunta sbagliata, difficolta` nel trovare il libro, momento in cui mi accingo a scrivere il mio primo romanzo (quello
con cui iniziera` la mia tardiva carriera di scrittrice), ed effettiva bellezza del racconto della McCullers, mi hanno reso indimenticabile La ballata del caffe` triste – nonostante il titolo dal sapore dolciastro, midcult, ben poco allettante. Non saprei che posto dargli nella classifica dei libri che mi hanno cambiato la vita, ma la selezione dei ricordi me lo fa venire in mente prima di altri, tra gli almeno cento o duecento preferiti.
La storia che racconta pare abbastanza grottesca e, se non ci fosse una scrittura eccellente (con l’ottima traduzione di Franca Cancogni), il mero riassunto della trama potrebbe lasciare perplessi.
Siamo in una localita` desolata e rovente, non lontano da una strada dove la catena dei forzati viene portata a spaccare pietre. In p&ælig;se, dentro un fabbricato decrepito e apparentemente disabitato, vive
una donna dal viso « opaco, terribile come se ne vedono in sogno: senza sesso e bianco, con due grigi occhi strabici, incrociati tra loro tanto acerbamente che sembra si scambino un lungo e segreto
sguardo di dolore ». Questa donna solitaria, il cui viso spunta solo una volta al giorno dall’unica finestra che non sia inchiodata, si chiama Miss Amelia. Un tempo era stata ricca. Possedeva una distilleria nella zona delle paludi, oltre all’edificio cadente che era stato l’emporio del p&ælig;se. Da giovane si era sposata ma il matrimonio era durato solo dieci giorni, senza che la gente del p&ælig;se riuscisse a capire perche´.
Da allora, sempre solitaria, Miss Amelia aveva condotto rudemente i suoi affari: « L’unico uso che faceva del prossimo era cavarne soldi ».Ma il giorno del suo trentesimo compleanno, verso sera, in lontananza si era profilata una figura che lentamente si avvicinava all’emporio. «Un vitello sperso», aveva detto un avventore seduto fuori dalla bottega, sui gradini di legno. « Macche´. Sara` il marmocchio di qualcuno », l’aveva corretto un altro. Invece era un forestiero. Gobbo e nano. Con « le gambette storte » e « la testa molto grossa », e un viso « ad un tempo tenero e insolente » con la pelle ingiallita di polvere, una valigia malconcia e « mani come zampette sporche di passerotto ». Giunto all’emporio, questo essere deforme e derelitto estr&ælig; la foto consunta di due bambini indecifrabili e la mostra a Miss Amelia. Piangendo, sostiene di essere suo cugino e che quella foto ritragga loro due da piccoli. Inspiegabilmente, per gli abitanti del p&ælig;se che ne conoscono il cuore arido, Miss Amelia accoglie il presunto cugino Lymon. In p&ælig;se tutti comunque pensano che la pretesa parentela sia una montatura e che dopo averlo rifocillato Miss Amelia lo caccera`. Poi, per giorni, il gobbo non si vede piu`. Un rappresentante di tessuti mette in giro la voce che lei l’abbia ammazzato. I pochi abitanti sonnolenti si risvegliano e vivono un’eccitazione di pettegolezzo mai vista prima. Da quel momento la brava e buona gente del p&ælig;se non perde di vista
Miss Amelia, cercando di coglierla con macchie di sangue sugli abiti o mentre si allontana con un cadavere fatto a pezzi in un sacco di juta. Finche´, di colpo con modi sicuri e protervi, da padrone di casa,  rispunta il cugino Lymon. Aveva avuto una delle sue ricorrenti febbri terzane e lei l’aveva curato. In breve, Lymon soggioga Miss Amelia, che assurdamente si innamora, e lui fa diventare
l’emporio un bar. Diventano una coppia socievole, attiva, e straordinariamente ridicola: la stangona mascolina e sgraziata e il nano gobbo e deforme. Seguiranno colpi di scena, altri arrivi inattesi, analisi taglienti sul senso dell’amore e sul modo di viverlo. Ma cio` che conta in questo lungo racconto e` soprattutto la meravigliosa e precisa selezione dei dettagli, e l’armonia ideativa di psicologie, luoghi, fisionomie. Infine l’elegante costruzione circolare, con un incipit e un finale bellissimi, all’insegna della sottrazione (l’attacco: « Il p&ælig;se in se´ e` squallido, non c’e` nulla tranne la filanda del cotone », e il paragrafo seguente: « Se cammini lungo la via principale in un giorno d’agosto, non avrai nulla da fare ». Il finale: « No, non c’e` assolutamente nulla nel p&ælig;se. Fai il giro della chiusa, prendi a calci un tronco imputridito e calcoli cosa si potrebbe fare di quella vecchia ruota di carretto sul margine della strada accanto alla chiesa. L’anima ti si corrompe nella noia »).
In definitiva: qual e` il romanzo che mi ha cambiato la vita? Non c’e`, o ce ne sono troppi. Ma la storia di Miss Amelia e del cugino Lymon, cosi` assurdamente grottesca e cosi` intensamente analitica nel descrivere moti dell’animo, vizi, ingenuita`, galleggia da anni nei miei pensieri (grazie Luca!) E ` una storia da cui uno scrittore ha tanto da imparare: immediata, fatta di materiali brutti, sporchi, poco allettanti, ma tenuta a galla dalla capacita` di descrivere la passione amorosa, le sue intensita` e i suoi inganni, e da una scrittura straordinariamente elegante e precisa. Se ti piace un racconto simile e` perche´ ti piace esplorare la profondita` degli esseri umani tanto quanto le loro azioni. E soprattutto ti piace che quest’esplorazione sia condotta da uno scrittore, uno che ha l’arte delle frasi, del loro tono e del loro ritmo. Ecco: La ballata del caffe` triste e` per me un modello di scrittura. Forse non mi ha cambiato la vita, forse lo sta facendo un po’ alla volta, giorno dopo giorno.

 

pubblicato per gentile concessione di Longanesi, tratto da I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, a cura di Romano Montroni.
 

Sfumature di marketing

Se si prendono in considerazione Dan Brown con Il Codice Da Vinci, la saga di Harry Potter e ora i tre romanzi rosa pepati delle Sfumature si può rilevare una sorta di minimo comune denominatore di “costruito” che poi ha portato a così grandi vendite?

Il libro che mi ha cambiato la vita? Bel-ami e altri

Ventimila leghe sotto i mari, Anni verdi di Cronin, l’enciclopedia I Quindici, Capitani coraggiosi (?), tra suore, genitori, m&ælig;stre, inquilini, antichi recensori. Ma la prima delle letture « rimanenti» (che restano) e` stata: Bel-Ami di Maupassant. «Leggilo!» mi ha detto un fidanzato di mia sorella a quindici anni (i miei).
La professoressa di cui mi innamorai al liceo, trent’anni (i suoi), mi disse: « Vorrei che lo leggessimo assieme ». Erano le p&œlig;sie di Prévert, con tutto quello che centra e non centra e poi concerne. Ma forse l’unico vero immergere me nel pianeta liber e` avvenuto negli anni Ottanta alla libreria Palmaverde di Roberto Roversi, a Bologna, dove mi facevo circondare e soffiare dai suoi libri assemblati a mano, sulla p&œlig;sia sua e di quegli anni che passava da ovunque a li`. Incontri su incontri. Quindi persona, luogo, atto, movimento: mai solo il libro in se´, che si insinuava comunque e certamente (dopo o durante ma mai per primo). E di p&œlig;sia, versi e versi, ancora ora, tanta. I nomi fateli voi: meno di un quarto li ho letti… Un titolo in assoluto? Devo dire chi svetta a prescindere dai generi? Se devo, penso a Joyce per almeno tutto Finnegans Wake; e non lo tengo mai sui  comodini degli idolatratori professionisti, ma ne leggo tre parole alla volta (prima di svegliarmi). Colpa di Rodolfi che mi ha detto che un  dipendente di una fabbrica bolognese (Sabiem, Magneti Marelli?) era nato per tradurlo. Comunque (e probabilmente) nessun libro mi ha, come dite tutti, « cambiato la vita » (forse la vita mi sta cambiando i libri…); ma qualcosa di tellurico e` avvenuto, ripeto, per alchimia di facce, gesti e volume di contagi. L’incrocio, portentoso, pericoloso, di iniziazioni e di sorti, faceva di piu` di quel po’ (mai di piu`) che osavo leggere. Toccarli,
vederli, cercarli, olfattarli, regalarli, averli, spostarli, non mi ha mai fatto ammalare d’amore per loro, ma qualcuno mi cerca ancora e magari va chiesto a quel libro perche´ mi traduce. Penultimamente ho affiancato testi come Malattia e destino di Thorwald Dethlefsen, tanto Rudolf Steiner, non poca La Nuova Medicina Germanica di Hamer: tutto quello che la tristezza di certi « certi » bolla come New Age o Esotericheggiante, e che la meraviglia di certi autori (certi di non saper di New Age & Co.) scrive. Adesso (ecco l’ultimamente) che mi sono arrivati addosso i cataloghi d’arte,
di mostre, le biografie d’artisti, i loro diari (Beuys, Kandinskij, Bacon, Rothko, Burri, Moreni, Novelli, Paladino, Cuniberti…), fatico molto non solo ad entrare ma anche a bussare alle porte del romanzo, tantomeno della letteratura itterica, delle sue cronache piu` o meno storico-poliziesche e delle manfrine da psicologia del personaggio… Ecco perche´ preferisco dire che certi libri che ho frequentato mi hanno cambiato… la morte!

pubblicato per gentile concessione di Longanesi, tratto da I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, a cura di Romano Montroni.
 

Il Campiello di Annamaria Testa – Mani calde

Giovanna Zucca – Mani calde. Le mani calde appartengono a Pier Luigi Bozzi, neurochirurgo collerico e geniale. A sentirle così è Davide, ragazzino di nove anni in coma per trauma cranico. Nel racconto di una doppia guarigione, fisica (Davide) ed emotiva (Bozzi) le voci dei due protagonisti, assorti in un intenso dialogo mentale, si intrecciano con quelle dei genitori, dei parenti, del personale di sala, e con la voce straniera di Patricia Pop, libera professionista del sesso. L’autrice è aiuto-anestesista: sa quel che racconta e lo racconta bene, con umanità e a volte con humour, costruendo una storia tanto semplice quanto vitale.

per gentile concessione di www.nuov&œlig;utile.it

Il libro che mi ha cambiato la vita? Le p&œlig;sie di Ungaretti

Leggevo molto da piccola, quando frequentavo le elementari e poi le medie, perche´ non sapevo come passare il tempo:mia madre faceva la sarta e lavorava tutto il giorno in casa; cuciva, non poteva portarmi
da nessuna parte ne´ giocare con me. Allora prendevo un libro, e leggevo. Questo per dire che i libri mi erano molto famigliari.
Ma quello che mi cambio` la vita fu un libro speciale. Avevo quattordici anni, da poco frequentavo la quarta ginnasio e non ne avevo ancora mai visti di libri cosi`. Adesso vi racconto come ando`, ancor prima di dirvi autore e titolo, perche´ non fu importante solo il libro, ma anche il modo in cui ne venni in possesso.
Me lo comprai io, con i miei soldi, prendendo il tram che portava in centro, un pomeriggio d’autunno. Erano le prime volte che avevo il permesso di girare sola per la citta`, e me le gustavo come un’avventura quasi mistica. Andai a passeggiare un po’ in via Roma, che per me era la via piu` bella di Torino, illuminata, piena di gente: mi faceva festa. Non avevo una meta precisa, ne´ qualcosa di specifico da fare; tantomeno avevo in mente di comprarmi un libro. Ma a un certo punto mi attrasse una piccola libreria, che adesso non esiste piu` da almeno una trentina d’anni: era una libreria che vendeva soltanto Oscar Mondadori, se ricordo bene. Era un negozietto di una sola stanza, ma aveva questo di bello: era tutta una vetrata che dava sulla strada, cosi` che si vedevano i libri da fuori. Tre pareti completamente foderate di libri fino al soffitto. Tutti Oscar. Costava trecentocinquanta lire, allora, un Oscar Mondadori; una cifra possibile, per una ragazzina di quattordici anni.
Ecco, adesso io non so dirvi perche´ scelsi proprio quell’Oscar, non mi viene in mente neanche una ragione. Non so se avevo sentito nominare l’autore o se l’avevamo addirittura studiato a scuola o se invece fu una scelta casuale e basta. Sta di fatto che presi proprio quel libro e non un altro: presi l’Oscar delle P&œlig;sie di Giuseppe Ungaretti.
Puo` darsi che mi attrasse la copertina. Ancora oggi, dopo anni, dopo aver studiato per anni Ungaretti ed essermi anche laureata su di lui, ancora oggi, se me lo nominate mi appare solo questo in testa:
la copertina interamente bianca di quell’Oscar, e al centro il suo faccione di vecchio sorridente, pieno di rughe, con i capelli radi.
Scrivevo p&œlig;sie, allora. Moltissime, anche una decina al giorno. Molto brutte, naturalmente, perche´ ero troppo giovane. Mi attirava molto, quindi, la p&œlig;sia; ma un vero libro di p&œlig;sie, ci&œlig;` un libro che ha dentro solo p&œlig;sie, non mi era ancora mai capitato di vederlo. In casa mia non c’erano libri, in generale.
Ripresi il tram per tornare a casa e li`, seduta tra la gente, aprii quel libro. Lo sfogliai e risfogliai. Rimasi sbalordita. C’erano cosi`poche parole in una pagina! E si potevano leggere cosi`, a caso, cominciando
da dove capitava e non dalla prima e poi di seguito. Cominciai a leggere una p&œlig;sia dopo l’altra, aprendo ogni volta
a caso. Era un gioco che non avrei finito mai, per niente al mondo: una specie di magia.
Avevo quattordici anni. Le parole di una p&œlig;sia in particolare mi parvero magiche: si legavano « naturalmente » a me, erano mie, parlavano di me. Era come se mi conoscessero, possibile? Chiarivano
i miei pensieri, come in un lampo; i miei pensieri, aggrovigliati e confusi, che non sapevo neanche di avere! Quelle parole mi parlavano, piu` di qualsiasi storia. Non avevano trama ne´ personaggi: erano solo una voce, un soffio. Era qualcuno che mi parlava nell’orecchio, solo a me, e in modo cosi` intimo.
S’intitola Natale la p&œlig;sia che mi colpi` quel pomeriggio. Diceva esattamente le cose che pensavo io. Esattamente! Anch’io a Natale, come c’era scritto li`, non avevo mai voglia di tuffarmi nelle strade,
che mi parevano un gomitolo, tanto erano intricate. E anch’io avevo molta stanchezza sulle spalle; mi sentivo stanca, e sola, come solo ci si puo` sentire a quattordici anni: poi mai piu` la vita ci sembrera`
cosi` pesante e solitaria. E anch’io volevo essere lasciata in un angolo e dimenticata, come una cosa. Si`, mi sentivo proprio una cosa. E anche a me sarebbe tanto piaciuto stare a guardare il fuoco nel camino, stare solo a guardare il fumo che fa le capriole.
Come faceva quel p&œlig;ta sconosciuto a leggermi cosi` i pensieri? Come faceva a dire che il fumo fa le capriole, come lo sapeva lui? Io, io lo avevo sempre pensato guardando il fuoco che scoppietta in un camino! Ma l’avevo pensato senza trovare le parole. E ora quel p&œlig;ta strano, con quel faccione che mi guardava dalla copertina, di colpo, cosi`, senza conoscermi, mi regalava le parole giuste: mi illuminava  i pensieri che avevo sempre avuto. Che regalo generoso!
La p&œlig;sia e` questa, ve la trascrivo tutta perche´ possiate vederla.


Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi cosi`
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare
 

L’altra cosa che mi colpi` subito, leggendo in tram, fu la solitudine delle parole. Non avevo mai pensato che le parole fossero cosi` sole.
Che si potesse scrivere solo una parola per riga, per esempio « cosa », o « angolo », o « sto ». Sto: che meraviglia! Come suonava bene quel verbo cosi` solo e corto. Uno sparo nel vuoto.
Capii che le p&œlig;sie bisogna anche guardarle. Non basta leggerle, impararle a memoria e ripeterle tra se´ per sempre. Bisogna anche guardarle perche´ le p&œlig;sie sono un taglio, una ferita nella pagina. Che bianco accecante le pagine di un libro di p&œlig;sie! Nessun libro ha le pagine cosi` bianche. E ` quel bianco che mi stupi` allora, quello spazio cosi` vuoto, cosi` inutile! Uno spreco. Il lusso di lasciare che una pagina resti bianca, toccarla appena, sporcarla con cosi` poche parole, magari solo una decina, una sotto l’altra, cosi` che il testo sia una lama, un taglio verticale sulla tela. E ` il contrario delle nostre vite troppo piene, una pagina di p&œlig;sia. Il contrario delle chiacchiere vacue con cui riempiamo di rumore il mondo. Ci fanno bene per questo, i libri di p&œlig;sie.
Quel pomeriggio, sul tram, andai ben oltre la mia fermata. Continuavo a leggere, ero distratta, non vedevo piu` niente. Quando me ne accorsi, ero arrivata cosi` lontano…
Lessi per anni quasi esclusivamente libri di p&œlig;sie. I romanzi, di colpo, non mi dicevano piu` niente. Non avevo bisogno di storie, avevo bisogno di parole. Parole nude, rade, nitide: come solo la p&œlig;sia sa dare.

pubblicato per gentile concessione di Longanesi, tratto da I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, a cura di Romano Montroni.
 

Il libro che mi ha cambiato la vita? La nausea

La prima volta che ho letto La nausea avevo quindici anni e e` stata una lettura sconvolgente.
Era l’eta` in cui gli adolescenti, mezzo secolo fa, leggevano moltissimo, soprattutto i classici del romanzo dell’Ottocento, i russi e francesi, inglesi e americani, attraverso i quali si aprivano alla conoscenza della varieta` del mondo e dei segreti dell’animo umano. La lettura di Sartre, di cui ignoravo il pensiero filosofico, fu per me allora uno choc frontale. In un solo colpo tutte le certezze che avevo accumulato attraverso quelle letture e attraverso il mio vissuto erano saltate, si erano rivelate inconsistenti, avevano perso di valore e di significato. L’affermazione che un libro puo` cambiare la vita e` retorica e generica, ma esistono certamente letture che lasciano un segno e cambiano, se non la vita, l’angolazione da cui si puo` considerarla.
La mia identificazione nel percorso del protagonista della Nausea aveva messo in discussione ogni cosa, la percezione della realta`, l’autenticita` delle sensazioni e dei sentimenti, la presenza nel mondo,
il significato stesso dell’esistenza, divenuta inconcepibile, gratuita, assurda. L’effetto su di me non era stato pero` negativo, di rinuncia e di sconforto, ma liberatorio e duraturo di apertura, di disponibilita`, di accettazione disincantata delle cose del mondo e della vita.
La tabula rasa coinvolgeva anche il rapporto tra le parole e le cose, e mi e` stata certamente utile sul piano della scrittura in cui cominciavo a avventurarmi. Quando mi e` capitato di rileggerlo, dopo di allora, ho sempre avuto l’impressione che non avesse perduto la sua vitale carica esplosiva.

pubblicato per gentile concessione di Longanesi, tratto da I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, a cura di Romano Montroni.
 

Il libro che mi ha cambiato la vita? A sangue freddo

In cold blood non e` un titolo per ragazzine.
Quando mi e` capitato tra le mani per puro caso la prima volta, avevo su per giu` quattordici anni e stavo curiosando tra gli scaffali della biblioteca comunale. L’ho rigirato senza aprirlo per un lungo istante, dubbiosa; poi, come se di colpo mi avesse graffiata, l’ho rimesso al suo posto. Non era il mio genere, non mi piaceva la copertina, e il titolo mi metteva paura. Provai una sorta di avversione a pelle, un’antipatia improvvisa per il nome e cognome dell’autore che mi suonava strano, minaccioso.
Ero troppo sprovveduta all’epoca, e troppo conformista per lasciarmi sedurre da uno scrittore cosi` ambiguo, e brutto. Ma fu proprio la bruttezza del suo volto a rimanermi impressa per anni. Nessuno mi aveva mai parlato di lui, ne´ gli amici ne´ i professori. Nessuno, nella cerchia dei miei compagni di classe, lo aveva letto. A sangue freddo non era – a differenza, per esempio, di On the road di Kerouac – un libro di moda, di cui potersi vantare nei corridoi del liceo durante la ricreazione. Era un titolo inquietante, punto.
Era una brutta faccia inquietante.
Ho continuato a schivarlo per tutta la durata delle superiori, come se fosse un libro appestato; e Capote, puntualmente, ha continuato a finirmi tra le mani in tutte le librerie e le biblioteche. Come accade per i grandi amori dei feuilleton ottocenteschi, la casualita` e il fato tramavano per farci incontrare. Era una questione tra me e lui, tra il suo enorme coraggio e il coraggio che io stavo provando a tirare fuori.
All’universita` cominciai a cercare sue foto su internet, e le trovavo una piu` rivoltante dell’altra. La sua bruttezza continuava a tenermi sulle spine. Perche´ non era una bruttezza qualunque; il suo era un volto abissale. Digitavo « Truman Capote » su Google con la stessa apprensione morbosa che ti prende la pancia quando cerchi informazioni su un assassino; mi appropriavo di soppiatto di
brani della sua vita balzando da una biografia all’altra. Ficcanasavo e rimestavo, ma mi tenevo ancora alla larga dai suoi romanzi. Mi guardavo bene anche dal leggerne una sola riga. Un’infanzia difficile, un padre assente, una madre diciottenne che avrebbe preferito abortire. Un secondo padre, adottivo e cubano. Una seconda identita`, omosessuale ai tempi in cui l’omosessualita` era un tabu` inconfessabile. E poi, quell’illuminazione folgorante avvenuta su un marciapiede all’eta` di dieci anni, prendendo a calci un sasso un pomeriggio: « Devo fare lo scrittore ». Per prima cosa, mi sono innamorata della sua vita.
« Sono un alcolizzato. Sono un tossicomane. Sono un omosessuale. Sono un genio. » Quando ho deciso di ribellarmi definitivamente al conformismo, questa dichiarazione di Capote mi ha fatto
l’effetto di un colpo di fulmine. A sangue freddo, c’era il sangue dentro quel titolo. E lui era ancora li`, mi aspettava al varco. Ho dovuto perdere la migliore amica, il posto alloggio nello studentato e la borsa di studio prima di decidermi a comprare quel dannato libro. Era il 2009, ero a un passo da una laurea in Lettere che mi avrebbe offerto, forse, ben che mi andasse, qualche settimana di supplenza l’anno. Non sapevo dove sbattere la testa, e avevo bisogno di qualcosa di forte. In cold blood suonava promettente come un whiskey o una droga pesante.
Adesso ero pronta. In uno squallido bilocale per studenti, nel quartiere forse piu` brutto di Bologna e in uno dei peggiori inverni della mia vita, una sera di gennaio ho aperto il romanzo che mi tormentava da
anni, ho sfidato l’autore che tra tutti mi era piu` antipatico, e l’ho fatto con astio, piena di pregiudizi, aspettandomi solo di litigarci come in quel periodo litigavo con tutti.
La prima pagina fu un pugno allo stomaco. Come la prima sigaretta fumata di nascosto alle scuole medie, che ti fa piegare in due per la tosse e allo stesso tempo ti fa sentire potente. Per settantadue ore ho dormito poco, mangiato male e non ho messo piede fuori dalla tana in cui mi ero cacciata. Ho amato Capote come si ama solo un uomo destinato a rimanere per sempre al proprio fianco. Settantadue ore filate di splendido inferno.
« Gli ultimi a vederli vivi »… e` il titolo della prima parte e dice gia` tutto. Non e` essenziale, o forse lo e`, ma sta di fatto che tutti i nomi e cognomi di questa storia sono stati registrati all’anagrafe della realta`, e piu` precisamente in quella di Holcomb, « un confuso agglomerato di edifici diviso al centro dai binari della Ferrovia
per Santa Fe ». Qui, la notte tra il 14 e il 15 novembre del 1959, un’intera famiglia e` stata trucidata.
E ` stata trucidata davvero.
Questo fatto di sangue ha riempito le sezioni di cronaca nera dei quotidiani dell’epoca, in tutti gli Stati Uniti. Padre ricco e self-made-man, madre fragile ma premurosa, figlio forte e adolescente, figlia sedicenne ottima cuoca e fidanzatina perfetta. I campioni del sogno americano, tutti e quattro freddati come bestie. Le cronache si sbizzarriscono, arrivano giornalisti e ficcanaso da ogni Stato. E arriva anche lui, Truman Capote, che dopo Colazione da Tiffany e` diventato famoso, ha fatto un mucchio di soldi e si e` ritrovato senza piu` un briciolo d’ispirazione.
L’articolo di giornale sui Clutter barbaramente assassinati in Kansas era il pretesto che stava cercando per rimettersi in moto, la molla feroce della creativita`. Capote sale su un treno e va dritto a Holcomb. Si stabilisce li` per tre mesi. La gente del posto gli gira alla larga: e` ancora sconvolta dall’accaduto, ha gli occhi gonfi per l’insonnia. Nessuno si sogna lontanamente di parlare con quello scrittore, che chissa` cosa diavolo vuole, ed e` venuto fin qui da New York.
Ma Capote non si arrende, si arma di santa pazienza, e stana uno ad uno la barista, il custode del ranch dove e` avvenuto il massacro, la capostazione, gli agenti della Contea. Li costringe a parlare, con le buone, conquistando la loro fiducia. Conduce la sua personalissima inchiesta, ma non lo fa per un giornale, non lo fa per ingolfare ulteriormente la cronaca nera di dettagli macabri e morbosi. Lui ha altre ambizioni, e vola decisamente alto.
Herbert, Bonnie, Kenyon, Nancy Clutter. Non hanno nemici.
Tutti li conoscono a Holcomb, tutti li stimano e li ammirano, per giunta senza invidia. Per quale motivo qualcuno avrebbe dovuto odiarli? Sono sempre stati lavoratori indefessi, timorati di Dio e praticanti ogni domenica; sono la famiglia – diremmo noi – del Mulino Bianco, senza macchia, senza paura e con tanti soldi. Nei loro armadi non si nasconde neppure l’ombra di uno scheletro. Tutto quello che hanno se lo sono guadagnato con il sudore e la fatica. Eppure, questo non e` bastato a metterli in salvo. Capote scava nelle loro vite con l’acribia del filologo, con la meticolosita` del medico legale. Va giu` fino al dettaglio, viviseziona i diari immacolati di Nancy, le abitudini tranquille e monotone di Herbert che si alza tutte le mattine alle sei e fa colazione con una mela…
Dentro la perfezione realizzata del sogno americano non si agita nessuno spettro. Tutto procede tranquillo nella routine della vita di provincia. Gli spettri non sono dietro o dentro i Clutter. Gli spettri sono fuori. Sono i tagliati fuori, gli esclusi, i nessuno, gli emarginati, gli invisibili che si agitano anche nelle banlieues francesi e nelle periferie italiane, nel 1959 come nel 2009.
Capote ce li presenta subito dopo averci presentato i Clutter nel loro ultimo giorno di vita. Uno stacco di riga bianca, un balzo di un centimetro, ed eccoci dall’altra parte della barricata, nella meta` oscura del sogno americano. Si chiamano Perry E. Smith e Dick E. Hickock. Dalla nascita non hanno ricevuto altro che pedate nel sedere, sono finiti in prigione, ne sono usciti con la liberta` vigilata, e adesso si trovano in
un bar per mettere a punto un piano cullato da tanto tempo. Quella che stanno architettando e` la svolta della loro vita, una rapina che possa sistemarli una volta per tutte, in Messico, come due nababbi. Perry, figlio di alcolizzati, e` mezzo indiano, ha le gambe corte e rovinate da un incidente d’auto, e va avanti ad aspirine e gazzosa per tenere a bada il dolore. Dick ha avuto due mogli e le ha deluse entrambe, ha dei figli a cui non puo` dare un futuro, come del resto suo padre non l’ha dato a lui. Emette assegni a vuoto, e` abbagliato da una ricchezza al di fuori della sua portata, e sfoga la sua frustrazione investendo i cani che gli attraversano la strada.
Sono due ragazzi della mia eta`, due disgraziati come tanti. Sono due mostri.
Solo che Capote, a differenza di qualsiasi telegiornale o pagina di cronaca nera, ce li fara` conoscere a fondo, ci raccontera` tutta la loro storia dall’infanzia all’adolescenza fino al delitto. Ce li fara` vedere agonizzanti sulla forca, ci fara` sentire la loro ultima parola prima che il cappio stringa intorno al collo, e con questo ci mettera` in una posizione parecchio scomoda, anzi: la piu` scomoda di tutte.
Qualcuno dice che Capote, dopo che furono arrestati e chiusi nel braccio della morte, a forza di scriversi con Perry e Dick abbia addirittura rischiato d’innamorarsi di loro. Quello che e` certo, e` che questo scrittore « alcolizzato, tossicomane, omosessuale e geniale » e` vissuto a stretto contatto con i due assassini per piu` di sei anni, li ha seguiti durante le indagini, la cattura, la detenzione e l’esecuzione.
Perry e Dick lo hanno scongiurato di essere presente alla loro impiccagione, e di scrivere tutto, di non tralasciare niente. Visto che la legge non li avrebbe salvati, volevano essere salvati almeno da lui, da Capote. Questi due feroci nessuno hanno avuto il coraggio di credere davvero al potere della letteratura.
Capote ha esaudito i loro desideri; li ha tenuti in vita nel suo romanzo, nella nostra lettura. Una lettura che azzera di colpo tutte le volgarita` della cronaca nera a cui siamo abituati, che la pulisce da tutte le scorie morbose e dalle semplificazioni degli opinionisti, e ci restituisce il volto terribilmente umano che ogni assassino ha, anche il peggiore. Ci costringe a venire a patti con i mostri, come se fossero i nostri figli o i nostri genitori. Ci costringe a venire a patti con noi stessi.
In cold blood esce negli Stati Uniti nel 1966, in quattro puntate sul New Yorker. Il delitto dei Clutter era gia` stato dimenticato da un pezzo, come sempre accade nell’abbagliante regno dei media. Capote stravolge le regole del tempo, e con il suo romanzo riaccende l’attenzione a livelli sensazionali. Il pubblico americano legge avidamente, freme in attesa della puntata successiva. Succede di tutto: si alzano voci scandalizzate, voci indignate, impazzano le polemiche. A sangue freddo diventa un best seller, viene recensito favorevolmente sia in America sia all’estero, ma non riceve il premio Pulitzer.
Dopo, Capote continua a lavorare moltissimo. Ma il capolavoro e` gia` stato scritto e adesso, inevitabilmente, comincia la china. Aumentano le droghe e le bottiglie di vodka. Morira` di cirrosi epatica nel 1984, proprio nell’anno in cui sono nata. Quando ho chiuso il libro, mi tremavano le mani. Ho fatto un paio di giri a vuoto per la stanza, senza sapere che fare e come smaltire la dose folle di adrenalina che mi sentivo in corpo. Avevo appena letto il libro piu` crudele e anche, forse, il piu` generoso.
Avevo appena assistito all’impiccagione di Perry e Dick, e non potevo accettarla. Mi sentivo frastornata come una cittadina di Holcomb, come doveva essersi sentito Truman Capote nella camera delle esecuzioni.
Ero rimasta con un mistero tra le mani, piu` grande di me, intatto e chiuso come un uovo. Ero ancora, e piu` di prima, senza vie d’uscita nel mio bilocale e con una laurea al momento inutilizzabile, in una societa` che mi riproponeva tutti i problemi che aveva posto all’America degli anni Sessanta. Ma fremevo di entusiasmo, fremevo dal desiderio di cambiare le cose, in qualche modo, se non altro con le parole che servono, con le parole necessarie a scavare e a guardare in faccia la realta`. Quella stessa realta` che Capote aveva descritto e che pulsava la` fuori, attraverso i vetri della mia finestra.
Ho sempre amato i libri capaci di uscire dalla carta e di creare scompiglio, movimento, rivoluzioni nella vita reale, nelle epoche, in intere generazioni. Ogni libro bello che ho letto mi ha sempre messa in agitazione, mi ha insegnato che la vita degli altri mi riguarda. Ma nessuno me lo ha marchiato a fuoco nella memoria come In cold blood.

pubblicato per gentile concessione di Longanesi, tratto da I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, a cura di Romano Montroni.
 

Il Campiello di Annamaria Testa – Così in terra

Davide Enia – Così in terra. Una famiglia di pugili palermitani, tra gli anni ’40 della guerra in Africa e i primi anni ’90, raccontata in una rapsodia di ricordi che si intrecciano con le esperienze di Davidù, ragazzino intrepido, giovanissimo pugile innamorato di Nina dalle labbra di gelso. Scrittura straordinaria, capace di passare per rapidi lampi dallo humour alla passione, al dramma, mantenendo un tono di verità e una misura inconfondibili. Bellissime le descrizioni di boxe, perfino per un’anziana signora incompetente come la sottoscritta. E personaggi indimenticabili. Entusiasmante.

per gentile concessione di www.nuov&œlig;utile.it

Il libro che mi ha cambiato la vita? Opinioni di un clown

Di Amleto, Virginia Woolf diceva che a seconda dell’eta` in cui lo leggi ti appare diverso. Credo sia vero per parecchi testi, soprattutto per quelli che a torto o a ragione rientrano tra i classici, gli eterni, gli intramontabili. Poi pero` ci sono dei libri che riletti anche a distanza di anni, o di lustri, riescono a darti le stesse emozioni della prima volta. Nel ritrovare e riconoscere un personaggio e le sue storie ritroviamo e riconosciamo noi stessi, quelli di allora, con buona pace di Pablo Neruda e dei suoi versi piu` tristi (e – si puo` dire? – piu` tremendi).
Quando ho incontrato per la prima volta Hans Schnier avevo qualche anno meno di lui, e l’ho riconosciuto subito come fratello, amico, sodale, complice. E non perche´ il suo mestiere – il clown – suscitasse in me una sorta di agnizione tra colleghi: allora neanche lo sapevo che avrei fatto l’attrice. Quello che mi ha colpito profondamente e indelebilmente era la sensazione di ascoltare una storia che mi riguardava, che mi permetteva di decifrare eventi che mi erano contemporanei. E poi mi sono innamorata. Non era la prima volta (mi era successo da poco con Aureliano Buendi´a) e non sarebbe stata l’ultima (che ha coinciso con l’incontro con il commissario Pastor inventato da Daniel Pennac), pero` e` quella che e` durata di piu`. Siamo stati lontani a lungo, ma qualche anno fa, grazie a Enrico Regazzoni, l’ho ritrovato, e adesso sono sicura che non lo lascero` piu`.
Forse non sarebbe male se svelassi anche il titolo del romanzo di cui sto parlando: e` Opinioni di un clown, scritto da Heinrich Bo¨ll nel 1963. Il protagonista e`, appunto, Hans Schnier, rampollo di una potente dinastia di industriali, ribelle e fragile, testardo e incosciente (ma molto piu` simpatico del tipo di cui si lamentava Mina piu` o meno negli stessi anni), irrimediabilmente idealista, insofferente a qualunque forma di ipocrisia, e disperatamente monogamo. Intorno a lui c’e` la Germania della ricostruzione e della rimozione, ci sono lutti atroci e memoria negata, c’e` la politica con i suoi riti e i suoi compromessi, e Hans non ce la fa a sopportare tutto questo, « non ci sta dentro ». Scende dalla giostra, rinuncia ai privilegi del suo status sociale, e da fuori racconta tutto quello che vede, senza parole: e` un clown straordinariamente bravo, anche se non fa ridere. Ha successo, pubblico in delirio, soldi, e Maria, l’unica donna della sua vita: quando perde lei, perde tutto, o meglio rinuncia a tutto, con implacabile rigore e c&œlig;renza, totalmente incurante del futuro e del presente, ma forse, finalmente, libero dal passato.
« Io sono un clown, e faccio collezione di attimi. » I libri capitano, come tutti gli incontri. Per caso ho conosciuto Hans Schnier prima di Holden Caulfield, che pure era nato una decina di anni prima. Forse per questo mi sono sempre immaginata Holden come un fratello minore di Hans, o forse il cugino americano mai incontrato. In comune avevano, e hanno, la fatica di vivere, l’incapacita` di decifrare e condividere i codici del mondo a cui appartengono per nascita, una tensione spasmodica verso un altrove geografico e sentimentale, e il dolore inguaribile di un lutto mai elaborato: il fratello morto di leucemia di Holden, la sorella mandata a morire in guerra dalla famiglia di Hans. Non sappiamo se Holden sia poi riuscito a vivere una vera storia d’amore; ma sappiamo che Hans l’aveva trovato, l’amore della sua vita, e non riesce
a capacitarsi di averlo perso, o meglio, che lei se ne sia andata per vivere con un altro, cattolico come lei, ma pur sempre un altro uomo: e non e` questo il vero peccato mortale? Non ci dovrebbe essere
un solo « per sempre » nella vita? Come puo` Maria condividere con un altro la stessa intimita`, gli stessi gesti? « Io non potrei nemmeno lavarmi i denti con un’altra. »
Ora, io sono notoriamente psicolabile e molto facile alle lacrime, ma ogni volta che ho letto o ricordato questa frase mi e` venuto il magone, il classico groppo in gola. Anche adesso, mentre scrivo: ovvio che non e` un argomento spendibile sul terreno della critica letteraria, pero` per me vale moltissimo. Far piangere (o far ridere, non c’e` alcuna differenza sostanziale) e` impresa difficile anche per chi ha a disposizione parole parlate, gesti e altri sostegni visivi e auditivi; riuscirci con poche parole scritte e` prerogativa dei grandi, quelli veri, quelli che durano. Per quanto mi riguarda, recentemente ci e` riuscito Jonathan Safran F&œlig;r: e a pensarci bene, forse il bambino Oskar Schell potrebbe essere figlio o nipote di Hans, no? Con quei nonni di Dresda e quel bisogno di sapere la verita` a tutti i costi…
Non so come i critici possano giudicare, oggi, Opinioni di un clown, ma so che e` un libro molto amato e molto citato in rete, da giovani blogger: ne sono felice. Vuol dire che non sono la sola a pensare con ostinata tenerezza « al clown che piange nella vasca da bagno, al caffe` che gli sgocciola sulle pantofole ».

pubblicato per gentile concessione di Longanesi, tratto da I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, a cura di Romano Montroni.