Archivio dell'autore: Redazione Quartieri Tranquilli

Cani, gatti, scoiattoli e signore

Nel 2011 si è festeggiato il 250° anniversario della nascita della professione veterinaria in Francia, avvenuta durante il regno di Luigi XV e precisamente il 4 agosto 1761. si doveva seguire un corso di 4 anni di studio.
Uno dei motivi che potrebbero aver portato a quest'importante progresso fu forse il massiccio ricorso delle dame francesi a circondarsi di animali da compagnia, che potevano essere cani, gatti ma anche scimmiette, topini bianchi e scoiattoli. Le dame riservavano gradi cure ai loro beniamini, compreso farli ritrarre da bravi pittori o immortalarli nel bronzo o nel marmo.
Fino ad allora gli animali venivano curati dai maniscalchi e inizialmente i contadini rifiutarono i primi veterinari, che per farsi finalmente accettare dovettero dedicarsi prima… a far partorire le donne, che facevano da sole o tutt'al più ricorrevano alle levatrici. Dimostrato in questo modo la loro perizia sulle donne, furono pian piano accettati per gli animali.

Musica al museo

MILANO – MUSEO BAGATTI VALSECCHI Via Gesù 5
Con la collaborazione dell’ “Associazione Amici del Museo Bagatti Valsecchi”
Ingresso al Museo € 8 – concerto gratuito

♦ giovedì 1 marzo ore 21 “J. S. Bach e Venezia” Ruggero Laganà cembalo
♦ giovedì 8 marzo ore 21 “Balli e Battaglie nel ‘600 e‘700” Graziella Baroli cembalo/
percussioni medi&œlig;vali Nicola Moneta
♦ giovedì 15 marzo ore 21 “Musica intorno al Re Sole: ritratti di una variegata corte fra donne,
amori, giullari e …animali”
cembalo Bruna Panella
voce recitante Francesca Sgorbati Bosi

MILANO CHIESA DEI SS CARLO E VITALE ALLE ABBADESSE
Via Oldofredi 14
ciclo “GEOMETRIE BACHIANE: Integrale per cembalo e confronti”

♦ giovedì 3 maggio ore 21 cembalo Giovanna Scarlato / viola da gamba Nanneke Schaap
♦ giovedì 10 maggio ore 21 cembalo Daniela Fontana
♦ giovedì 17 maggio ore 21 cembalo Barbara Spano flauto dolce Lucia Corini

VARESE
CHIESA DI S. CASSIANO IN VELATE
ciclo “GEOMETRIE BACHIANE: Integrale per cembalo e confronti ”
♦ sabato 12 maggio ore 17.30 cembalo Bruna Panella
♦ sabato 19 maggio ore 17.30 cembalo Barbara Spano / flauto dolce Lucia Corini
♦ sabato 26 maggio ore 17.30 cembalo Daniela Fontana

MILANO
CIRCOLO FILOLOGICO MILANESE Via Clerici 10
♦ sabato 10/17/24 novembre ore 17.30 J.S.BACH: “Integrale dei concerti per 1,2,3 e 4 cembali e archi”
“Carisch Ensemble” diretto da Ruggero Laganà

Info: 02-59903867 / 02-26414772 / 333-7321940

Pilloline zuccherate di oppio

Nel XVIII secolo l'oppio veniva liberamente venduto dai profumieri più in voga, che lo proponevano in pilloline zuccherate. L'oppio veniva preso per facilitare il sonno, calmare i nervi o anche per lenire qualche piccola contrarietà. Le dame, purtroppo, ne facevano gran uso: madame de Deffand (afflitta da una tremenda insonnia) ne descrive così gli effetti: “Suscita allegria e riempie l'anima di speranze, anche le più lusinghiere. Ma appena il suo effetto cessa, ti precipita nel languore, nella malinconia, nel letargo. Bisogna aumentarne la dose ogni tre mesi. Fa diminuire l'appetito, danneggia i nervi. Chi ne fa uso diventa magro e giallo, e quando dal giallo di passa al verde la morte è vicina.”

Buon compleanno Antonia!

AL Teatro Franco Parenti dal 14 al 19 febbraio BUON COMPLEANNO ANTONIA: TEATRO;P&œlig;SIA /CINEMA /FOTOGRAFIA
L’infinita speranza di un ritorno è un verso di Antonia Pozzi che dà il titolo allo spettacolo di Elisabetta Vergani, anche assoluta protagonista, su Antonia Pozzi, la p&œlig;tessa milanese, uno dei casi letterari piu’ rilevanti degli ultimi decenni.
La p&œlig;tessa, nata a Milano il 13 febbraio del 1912 e morta suicida a 26 anni senza aver pubblicato una sola p&œlig;sia, è riconosciuta come una delle voci piu’alte della cultura italiana del Novecento. Lo spettacolo è il punto centrale di un percorso (mostra, convegno, proiezioni) di avvicinamento alla vita e alla p&œlig;sia di questa strana e anomala figura di p&œlig;tessa.
Il profondo lavoro drammaturgico svolto da Elisabetta Vergani con una sensibilità e una dedizione assolute è un montaggio cronologico delle lettere e delle p&œlig;sie della p&œlig;tessa di Pasturo che qui riprendono vita attraverso i mezzi del teatro con gli oggetti e le fotografie che avvolgono il racconto della vita e del contesto dove si svolse l’avventura terrena di Antonia.
Ma a sorprenderci è il risultato dello spettacolo che inizia dalla fine, dal momento della morte,1938, e come in un montaggio cinematografico torna indietro .Si parla, si racconta di tormenti di una sensibile anima, che Elisabetta Vergani riesce a rendere in tutta la disperata vitalità con gioia e la forza della p&œlig;sia. Ne sortisce una serata unica alla scoperta’ di una sorprendente figura femminile, di cui si sente il bisogno di approfondimento e scoperta,anche curatrice del progetto.
Non un commemorazione, non un saggio, non un recital di p&œlig;sia, ma un vero spettacolo che riesce ad emozionare e a far riflettere sui tanti temi che vengono evidenziati, questo grazie ad una regia discreta, pudica di Maurizio Schmdt che si mette a dispozione del progetto e soprattutto all’attrice Elisabetta Vergani.
E’ lei Antonia Pozzi,ma senza camuffamenti .Una dizione emozinante e una sensibilità forte . “Un fuoco bianco. 

La moda nel Settecento

E' nel XVIII secolo, in Francia, che nasce l'idea di 'moda' che noi conosciamo. Grazie a Luigi XIV che nel XVII obbliga i suoi cortigiani a un abbigliamento sempre più costoso, con Luigi XV quelli che prima erano onesti artigiani diventano degli 'stilisti' affermati, corteggiati, osannati e… strapagati.
Calzolai, sarte, parrucchieri, cappellai, profumieri, gioiellieri, tessitori di stoffe e di nastri sfruttano a loro vantaggio una società dove si sacrifica tutto all'apparenza, e lanciano continuamente delle novità che, se verranno portati dalle persone giuste, diventeranno un 'must' per tutti, non solo in Francia ma anche in Europa. E dureranno sempre meno, continuamente sostituite da altre novità 'irrinunciabili'. Non adeguarsi, non rinnovare in tempo il guardaroba espone al crimine peggiore di tutti: essere ridicoli.
Le nuove creazioni prendono i nomi dagli scandali politici, dell'attualità, dal personaggio del giorno sulla bocca di tutti e dal testimonial famoso che le esibisce.
I calzolai Charpentier e Bourbon trattano con familiarità le duchesse per le quali creano scarpette in raso, seta, velluto, con o senza talloni ma sempre col tacco di cinque, sette anche nove centimetri, e fibbie preziose in oro, argento o diamanti.
I coiffeur usurpano il mestiere alle pettinatrici grazie a pettinature sempre più complesse e imponenti, scrivono trattati, aprono accademie. I loro nomi sono Frison, Legros, Frédéric, Léonard, Lagarde, Beaulard.
La Bertin diventa famosa perché i suoi modelli sono indossati da Maria Antonietta e diverrà tanto potente da essere chiamata 'la ministra della moda'. Nascono le riviste illustrate per esportare ovunque il gusto 'alla francese'.
Anche la parola 'moda' nasce allora. Prima si parlava di 'modes', al plurale. Quando le scoperte scientifiche si fanno sempre più numerose ecco imporsi il vocabolo 'moderne' e di conseguenza abiti, scarpe, capelli, pettinature 'à la moderne', che con la mania dell'abbreviazione tipica dei parigini diventa 'à la mode'.

Breve storia del pane/2

Le adulterazioni del pane sono vecchie come l'uomo: si adulterava la farina per disonestà (dato che il grano era caro), a volte con esiti mortali. Ma la si adulterava anche per povertà, aggiungendo cereali meno pregiati, erbe, castagne, nocciole…e, quando arrivarono dall'America, anche mais e patate.

Nel Medio Evo il fornaio era obbligato per legge a cuocere bene il pane (malcotto pesa di più! Quindi si lucra sul prezzo). Se il fornaio faceva il furbo e veniva scoperto, doveva fare altro pane e risarcire i clienti (bei tempi!).

I marinai invece si portavano dietro la 'galletta' che era pane cotto due volte e richiedeva di essere 'riumidificata' con acqua, aceto, vino o altro per poterla mangiare.

Una cosa è certa: in tutti i p&ælig;si il pane dei ricchi era più buono e nutriente, quello dei poveri cattivo e non di rado dannoso per la salute.

A proposito: la famosa frase “Se il popolo non ha pane, che mangi brioches” la povera Maria Antonietta non l'ha mai detta.

 

Breve storia del pane/1

Il tipo di pane più antico a noi italiani ricorda la piadina romagnola: era infatti un impasto di acqua e farina, cotto su pietre ben riscaldate.
Il passo successivo fu chiudere la pietra rovente dentro un vaso di coccio (il forno indiano tandoori ne è l'erede diretto) oppure cuocere la pasta dentro una buca rivestita di pietra riscaldata col fuoco dentro, che raggiunta la giusta temperatura, veniva spento. Si toglieva la cenere, si collocava il pane e si chiudeva la buca, mentre il pane cuoceva nel calore così ottenuto (chi facesse un viaggio in Armenia, scoprirebbe che il tipico pane armeno è ancora oggi cotto in una buca nel terreno, ma viene letteralmente sbattuto sulle pareti verticali caldissime, ottenendo delle sfoglie squisite).

Poi si passò ai forni di argilla dove però il pane, tirato sempre come una piadina, veniva appoggiato sulla superficie esterna.

Il pane primitivo (come la piadina romagnola, come il pane che tutt'ora si consuma quotidianamente in Medio Oriente, e quello tipico della Pasqua ebraica, il chapati indiano e le tortillas sudamericane) è 'azzimo' cioè senza lievito.

E' il pane che si fa e si cuoce in fretta, che si conserva a lungo, insomma il pane per chi lavora molto, ha poco tempo e pochi mezzi: i contadini e i pastori.

La scoperta in Egitto del lievito nel IV millennio a.C. ( forse un po' di birra cadde sulla pasta? forse furono le spore che girano nell'aria e l'umidità a far 'gonfiare' l'impasto?) rese il pane più buono e soffice ma più laboriosa la sua preparazione: bisognava attendere che la pasta 'crescesse' e poi cuocerla in un forno più elaborato, con due scomparti: uno dove tenere acceso il fuoco, uno dove mettere il pane.

Il pane lievitato si prestava a infinite variazioni, farciture e condimenti. Sembra che gli antichi Greci fossero particolarmente bravi nelle focacce condite con latte, olio, vino, miele, arricchite con cipolle, erbe aromatiche, formaggio, fichi, uva passa… Furono loro i primi a lavorare di notte per far trovare il pane pronto al mattino. E perciò si giudicò opportuno e prudente affidare tale compito agli uomini.

Grazie ai Greci, i Romani conobbero il pane lievitato, mentre prima andavano … a piadina o polentine di farro.

 

Il vero Don Giovanni

Mentre ascolto alla radio il Don Giovanni scaligero, penso che solo il genio di Mozart
e di librettista come da Ponte potevano costruire un tale capolavoro su un personaggio tanto ignobile.
Lasciando da parte lo spagnolo Tirso de Molina (1584-1648) che sembra concepisse don Giovanni (El burlador de Sevilla) e Molière che gli dedicò una commedia, voglio invece raccontarvi dell'uomo in carne e ossa che forse ispirò Wolfgang con le sue discutibili gesta e innumerevoli avventure. Armand de Vignerot du Plessi duca di Richelieu nacque a Parigi nel 1696 e morì nel 1788, dunque Mozart fece in tempo a sentir parlare di lui, e forse anche a conoscerlo.
Era nipote del famosissimo duca di Richelieu, quel potente ministro di Luigi XIII immortalato da Alexandre Dumas, che ne fece il "cattivo" per eccellenza nei Tre Moschettieri.
Armand fu abilissimo cortigiano, diplomatico, soldato di vaglia, maresciallo di Francia, politico, ruffiano reale ma soprattutto fu il più celebre donnaiolo del regno sotto ben tre regni. Cominciò la sua carriera galante sotto Luigi XIV, ascese a sex-symbol durante la reggenza di Filippo d'Orléans e mantenne saldamente la pole-position di grande amatore durante il regno di Luigi XV, cui presentò più di una bella figliola con cui sollazzarsi. Fu lui a presentare una bellissima prostituta al re, ormai anziano: scandalizzando la Francia e l'Europa intera, ella divenne in breve tempo sua favorita e contessa du Barry.
Le duchesse si sfidavano a duello per lui e le borghesi pudibonde infrangevano i voti matrimoniali, le artiste speravano di avere la sua attenzione, le popolane non gli si rifiutavano, nessuna sfuggiva al suo fascino; e la sua insaziabile intraprendenza non rinunciava a nessuna donna.
Travestimenti, sotterfugi, passaggi segreti, fughe rocambolesche dai tetti, tutto osava per togliersi il capriccio del momento.
La sua seconda moglie lo adorava e non si sognò mai di restituirgli le corna, benché lui la ricompensasse solo con la sua indifferenza. Impalmò la terza a 84 anni.
Quando il duca morì, trovarono i suoi cassetti pieni di lettere d'amore di dame che lo supplicavano di un incontro, di una notte d'amore, anche solo di un'ora di passione; molte altre lettere, piene di suppliche, giuramenti e rimorsi, non erano neppure state aperte; e poi una profusione di ciocche di capelli intrecciate, anelli, pegni d'amore di ogni tipo.
A me piace ricordare un aneddoto, che accomuna il duca a molti uomini: per introdursi da una delle sue amanti, affittò una casa che una stretta viuzza separava da quella dell'amante. Poi pose un'assicella tra una finestra e un lucernaio della casa di fronte, che la cameriera della dama aveva lasciato opportunamente aperto, e passò arditamente su quel fragile ponte traballante. Sul far del giorno, al momento di ripassarci sopra, il maresciallo lo trova troppo pericoloso, gli sembra che l'asse si sia rimpicciolita, e la cameriera lo sprona inutilmente, ma …anche ricordandogli gli inconvenienti della situazione e quelli della dama, lui resiste. “Ma insomma” lo sprona lei “Vi siete pur già passato sopra!” “Sì” le risponde “ma era prima e allora si passerebbe anche nel fuoco. Ma dopo è ben diverso.” Niente poté convincerlo: si dovette nasconderlo in un armadio e poi farlo uscire sotto travestimento.

Pagine di cioccolato

Arriva per la prima volta in Via Legnone, un odore pungente di vaniglia gli riempie le narici. Si muove, curioso, dilata i polmoni, ora è cioccolato. Vede la piccola fabbrisca ancora attiva nella zona, una fabbrica dolciaria, una fabbrica delle fiabe. E senza alcun senso si commuove. Gianni Biondillo, I materiali del killer

Breve storia del cioccolato / 4

Dopo le puntate 1, 2, 3, finisce oggi la nostra breve storia del cioccolato.

4. Rudolph Lindt inventa nel 1879 il concaggio (un rimescolamento di diverse ore che rende la cioccolata liquida vellutata al palato, mentre prima risultava sempre granulosa. E' lui a inventare il 'cioccolato fondente'.
Un'altro svizzero, Daniel Peter (genero di Cailler) concepirà il cioccolato al latte e potrà produrlo nel 1879 grazie a Henry Nestlé, un chimico che scopre come ottenere il latte in polvere, e poi il latte condensato. Grazie a loro il cioccolato svizzero diventa ovunque il più ricercato.
Nel 1913, lo svizzero Sechaud inventa una macchina per produrre il cioccolato ripieno.
In America nasce la Mars.
Nel 1944 Pietro Ferrero, a Alba, mette a punto una nuova ricetta di crema di cioccolato con le nocciole, la crema Giandujot, che aveva il pregio di essere molto meno costosa del cioccolato di qualità. Ma non era abbastanza spalmabile: la ricetta venne riveduta finché sia arrivò al risultato sperato. Era nata la Supercrema Giandujot. Noi oggi la chiamiamo Nutella.

Breve storia del cioccolato / 3

Dopo la prima e la seconda puntata, continua la nostra breve storia del cioccolato.

3. Nel 1763 pare nacque il 'bicerin' specialità torinese a base di caffé, cioccolato e panna, da gustarsi caldo. A fine secolo, il torinese Doret crea il cioccolatino ma questa delizia resta una rarità artigianale per pochi, raffinati e ricchi consumatori.
Sapete dov'era più alto il consumo di cioccolato tra il 1600 e il 1800? Sorpresa! Negli stati vaticani: i religiosi ne facevano un uso intensissimo, anche durante i conclavi, con la scusa che in quanto bevanda non rompeva il digiuno.
Fino all'800, infatti, per cioccolato si intendeva sempre la preparazione liquida.
L'estendersi a livello mondiale delle piantagioni e la maggiore rapidità dei trasporti marittimi abbassò costo del cacao e dunque ne rese più abbordabile il consumo per un maggior numero di consumatori. Non a caso è nel XIX secolo che le scoperte dei m&ælig;stri cioccolatai creano le varianti che conosciamo.
Nel 1826 il torinese Caffarel ottiene il cioccolato solido, ma sempre a base di acqua. Un suo aiutante svizzero, tale Cailler, tornato in Svizzera diventerà un famoso produttore.
Nel 1828, il farmacista olandese Van Houten brevetta un metodo per separare dalla pasta di cacao il burro di cacao: quello che rimaneva era la polvere di cacao, che diviene finalmente facilmente solubile. Il burro di cacao, così separato, permetterà di modellare il cioccolato. E poterne mettere meno, renderà molto più gradevole il gusto dei prodotti, sia liquidi che solidi.
La prima tavoletta sembra sia nata a Birmingham nel 1849, grazie a Francis Fry, che impiegò burro di cacao con cacao e zucchero, ma senza acqua come invece si usava di solito.
Sempre a Birmingham nacque dalla famiglia quacchera Cadbury la prima scatola di latta decorata piena di cioccolatini. La famiglia si occupava di cacao fin dal 1824, quando John Cadbury aprì la sua drogheria. Per generazioni, i Cadbury continueranno a occuparsi con successo di cioccolata, fino a oggi. E dalla tavoletta di semplice cioccolato si arrivò alla tavoletta di cioccolato ripiena di cereali, frutta secca o quanto la fantasia poteva suggerire.
Nel 1852 nasce il gianduiotto, grazie al torinese Michele Prochet che provò ad aggiunge alla pasta di cacao le nocciole delle Langhe.
Nel 1878, Silvano Venchi lascia la Baratti e apre una sua attività in proprio: grazie a lui, abbiamo quella delizia che sono le Nougatine.
 

Breve storia del cioccolato / 2

Continua, dopo la prima puntata, la nostra breve storia del cioccolato.

2. In Francia il cioccolato arrivò con il matrimonio della povera Anna d'Austria (che nonostante il nome era spagnola puro sangue) con l'insopportabile Luigi XIII nel 1615, ma divenne di moda dopo il 1659 con il matrimonio successivo, tra Luigi IV e Maria Teresa d'Austria (spagnolissima anche lei).
David Chaillou tra il 1659 e il 1688 fu, per regio decreto, l'unico cioccolatiere di Parigi (cioè di Francia). I pareri sul cioccolato all'epoca sono contrastanti: chi gli attribuisce grandi qualità, tra cui quelle afrodisiache, chi lo accusa di minare la salute. Nel complesso, però, i pareri medicali sono più pro che contro. E comunque, coltivare cacao nelle colonie francesi d'oltremare sembrava un ottimo affare.
Nella seconda metà del '600 si estese anche all'Inghilterra (N.B. Il famoso White's Chocolate House fu aperto nel 1693 da un italiano!), al Belgio (che come nazione ancora non esisteva), all'Olanda e alla Germania. Diventa una bevanda alla moda, preparata nelle case o nei caffé, ma sempre per gente danarosa. Non a caso, Johan Sebastian Bach scrisse una cantata dedicata al caffé, molto più economico e alla portata anche di un povero musicista di corte tedesco.
Le ricette europee del tempo usano il cioccolato in modo più fantasioso delle nostre attuali, impiegandolo spesso anche in piatti 'salati' o a base di carne (tutt'ora la si impiega per la lepre in salmì) , mischiato a polenta, noci, formaggio, acciughe e quant'altro.
Nel 1687, il dottor Hans Sloane, in visita ai tropici scoprì che aggiungendo del latte la cioccolata era più buona. Questa preziosa idea sarebbe stata sviluppata ulteriormente nell'800.
Intanto gli astuti Olandesi, che stavano sviluppando un impero coloniale in Asia, con la decadenza della Spagna, diventarono i principali commercianti di cacao a livello mondiale. Intanto tutte le nazioni che avevano colonie si premuravano di piantare cacao ovunque il clima fosse stato caldo e umido, dall'Africa alle isole dell'Oceano Indiano. continua…
 

Breve storia del cioccolato /1

1. Quando Hernan Cortez giunse in Messico, si vide offrire alla corte di Montezuma una bevanda che lo riempì di disgusto. Sconcerto tra i cortigiani aztechi: il cacahuatl o xocoatl era per loro il “nettare degli dei”, che era stato insegnato loro da Quexalcoatl. In realtà, l'avevano conosciuto grazie ai Maya, che lo coltivavano già dal 600 a.C. (e forse anche prima) ma è noto che nessun popolo ammette mai di aver avuto m&ælig;stri.
Solo i nobili e i sacerdoti potevano bere quella bevanda, che aveva qualità ricostituenti, energetiche e inebrianti. Lo offrivano agli dei, lo aromatizzavano anche con vaniglia, peperoncino e pepe, aggiungendo acqua o anche (sembra) sangue (ma solo in casi speciali) e miele. Lo preparavano travasando varie volte la bevanda e frullandola in modo da ottenere una schiuma molto apprezzata, degustandola calda o fredda. Oppure pestavano i semi fino a ottenere una pasta densa. I suoi semi erano usati come moneta.
Anche Cortez dovette ammettere le virtù della disgustosa bevanda: un solo bicchiere poteva dare sostentamento ai suoi soldati per una giornata intera!
Ma si sa: il continente è piccolo, la gente mormora… Di lì a poco, tra un genocidio e l'altro, gli spagnoli si fecero scappare il segreto: anche i portoghesi ebbero modo di scoprire le virtù del cacao e cominciarono a piantarlo nelle loro colonie.
In Europa giunse nel 1527. Sembra venisse usato soprattutto nei conventi, e i religiosi potevano prenderne anche nei periodi del digiuno, perché in quanto bevanda non rompeva appunto il digiuno.
Ci si mise ad aromatizzarlo col pepe, preferendo vaniglia, gelsomino, cannella, noce moscata, chiodi di garofano, e finalmente zucchero (di canna).
Gli spagnoli erano molto gelosi di quel loro segreto, ciò nondimeno nel XVI secolo il cacao arrivò in Sicilia, che faceva parte dell'impero spagnolo, e a Modica impararono splendidamente a prepararlo. A fine '500 giunse anche in Piemonte, e poi nei primi del '600 in Toscana.
Sembra che un granduca de' Medici (credo Cosimo III) possedesse una ricetta segreta particolarmente apprezzata, che appunto prevedeva l'aggiunta di gelsomino, oltre a cannella e altri ingredienti segreti.