Archivio dell'autore: Redazione Quartieri Tranquilli

Bagnarsi nei secoli

Contrariamente a quanto si crede, nel Medio Evo ci si lavava. Nel XIII e XIV secolo erano diffuse le cosiddette 'stufe', malviste dai religiosi che sospettavano (a torto o a ragione) che in quei luoghi avvenissero commerci carnali.
Dalle stufe si passò agli stabilimenti balneari, dove poter fare il bagno. Servi discreti, abili e sottomessi lavavano, massaggiavano, depilavano, truccavano. Anche in questo caso, si sospettava che chi vi si recava potesse trovare compagnia per solazzi di vario genere.
Nel '600, le donne che volevano rinfrescarsi dalla calura, potevano recarsi nei bagni a loro riservati.
Quando la medicina nel XVIII secolo scoprì le proprietà curative dei bagni caldi, ecco che le dame un po' civette, use a ricevere ospiti al tavolo della toilette, in vezzosi negligé, non si vergognarono a ricevere mentre erano nella vasca da bagno. L'acqua veniva però resa torbida da una o due pinte di latte, che oltre a far bene alla pelle evitava che i visitatori vedessero oltre il consentito. Oppure si applicava alla vasca un coperchio. Le dame più pudibonde facevano il bagno in camicia.
A metà '700 sembra che a Parigi ci fossero una dozzina di stabilimenti balneari, dotati di 12-15 vasche. Nel 1761 si adibì a stabilimento un battello a due piani sulla Senna, di fronte alle Tuileries.
L'acqua veniva opportunamente filtrata, dato che qualsiasi scarico sboccava nel fiume. Un altro battello per i bagni venne ancorato all'Ile Saint-Louis. In un altro battello, al Pont-Royal, i poveri si potevano lavare gratuitamente, a condizione che presentassero un certificato del medico o del loro parroco. In rue Bellechasse, lo stabilimento in muratura offriva invece, oltre ai bagni caldi, anche docce, bagni turchi, e una piscina per il nuoto.
Attenzione a non recarsi per un bagno caldo all'Hotel des bains di sua Altezza Reale il duca d'Orléans, sito al Palais-Royal: si avrebbe avuto la sorpresa di trovare camere e suites arredate per “ricevere persone distinte”, con le quali dedicarsi a ben altro.
I parigini che invece amavano i salutari bagni freddi, si tuffavano (con quale coraggio!) nella Senna: dato che all'epoca non si portavano le mutande, gli uomini si bagnavano nudi.
Nel '700 lungo il fiume c'erano vari stabilimenti, piuttosto spartani: si scendeva in acqua dalla scaletta di un battello e ci si bagnava al riparo di un lungo telone steso sopra dei pali piantati nel fiume e tenuti insieme da assi inchiodate. Asciugamani per gli uomini e camicie per le donne venivano forniti a pagamento. Anche qui, rigorosa divisione dei sessi.
I nobili preferivano le gores fuori Parigi : erano tende piantate in acqua con un palo orizzontale in mezzo per non farsi portar via dalla corrente. Le donne erano aiutate a immergersi dalle mogli dei marinai che gestivano il posto.
Per i più pigri, nel 1781 il signor Turquin ebbe l'dea di fissare in acqua, ognuna in una cabina, diverse vasche da bagno bucate, in modo che chi vi entrava aveva il beneficio dell'acqua corrente sempre nuova senza dover nuotare, in tutta comodità. Ogni vasca era abbastanza grande da poter ospitare fino a tre persone. La gente prese a chiamarli Bagni Cinesi. Sempre il sig. Turquin creò a Parigi le scuole di nuoto.
 

Il libro che mi ha cambiato la vita? Opinioni di un clown

Di Amleto, Virginia Woolf diceva che a seconda dell’eta` in cui lo leggi ti appare diverso. Credo sia vero per parecchi testi, soprattutto per quelli che a torto o a ragione rientrano tra i classici, gli eterni, gli intramontabili. Poi pero` ci sono dei libri che riletti anche a distanza di anni, o di lustri, riescono a darti le stesse emozioni della prima volta. Nel ritrovare e riconoscere un personaggio e le sue storie ritroviamo e riconosciamo noi stessi, quelli di allora, con buona pace di Pablo Neruda e dei suoi versi piu` tristi (e – si puo` dire? – piu` tremendi).
Quando ho incontrato per la prima volta Hans Schnier avevo qualche anno meno di lui, e l’ho riconosciuto subito come fratello, amico, sodale, complice. E non perche´ il suo mestiere – il clown – suscitasse in me una sorta di agnizione tra colleghi: allora neanche lo sapevo che avrei fatto l’attrice. Quello che mi ha colpito profondamente e indelebilmente era la sensazione di ascoltare una storia che mi riguardava, che mi permetteva di decifrare eventi che mi erano contemporanei. E poi mi sono innamorata. Non era la prima volta (mi era successo da poco con Aureliano Buendi´a) e non sarebbe stata l’ultima (che ha coinciso con l’incontro con il commissario Pastor inventato da Daniel Pennac), pero` e` quella che e` durata di piu`. Siamo stati lontani a lungo, ma qualche anno fa, grazie a Enrico Regazzoni, l’ho ritrovato, e adesso sono sicura che non lo lascero` piu`.
Forse non sarebbe male se svelassi anche il titolo del romanzo di cui sto parlando: e` Opinioni di un clown, scritto da Heinrich Bo¨ll nel 1963. Il protagonista e`, appunto, Hans Schnier, rampollo di una potente dinastia di industriali, ribelle e fragile, testardo e incosciente (ma molto piu` simpatico del tipo di cui si lamentava Mina piu` o meno negli stessi anni), irrimediabilmente idealista, insofferente a qualunque forma di ipocrisia, e disperatamente monogamo. Intorno a lui c’e` la Germania della ricostruzione e della rimozione, ci sono lutti atroci e memoria negata, c’e` la politica con i suoi riti e i suoi compromessi, e Hans non ce la fa a sopportare tutto questo, « non ci sta dentro ». Scende dalla giostra, rinuncia ai privilegi del suo status sociale, e da fuori racconta tutto quello che vede, senza parole: e` un clown straordinariamente bravo, anche se non fa ridere. Ha successo, pubblico in delirio, soldi, e Maria, l’unica donna della sua vita: quando perde lei, perde tutto, o meglio rinuncia a tutto, con implacabile rigore e c&œlig;renza, totalmente incurante del futuro e del presente, ma forse, finalmente, libero dal passato.
« Io sono un clown, e faccio collezione di attimi. » I libri capitano, come tutti gli incontri. Per caso ho conosciuto Hans Schnier prima di Holden Caulfield, che pure era nato una decina di anni prima. Forse per questo mi sono sempre immaginata Holden come un fratello minore di Hans, o forse il cugino americano mai incontrato. In comune avevano, e hanno, la fatica di vivere, l’incapacita` di decifrare e condividere i codici del mondo a cui appartengono per nascita, una tensione spasmodica verso un altrove geografico e sentimentale, e il dolore inguaribile di un lutto mai elaborato: il fratello morto di leucemia di Holden, la sorella mandata a morire in guerra dalla famiglia di Hans. Non sappiamo se Holden sia poi riuscito a vivere una vera storia d’amore; ma sappiamo che Hans l’aveva trovato, l’amore della sua vita, e non riesce
a capacitarsi di averlo perso, o meglio, che lei se ne sia andata per vivere con un altro, cattolico come lei, ma pur sempre un altro uomo: e non e` questo il vero peccato mortale? Non ci dovrebbe essere
un solo « per sempre » nella vita? Come puo` Maria condividere con un altro la stessa intimita`, gli stessi gesti? « Io non potrei nemmeno lavarmi i denti con un’altra. »
Ora, io sono notoriamente psicolabile e molto facile alle lacrime, ma ogni volta che ho letto o ricordato questa frase mi e` venuto il magone, il classico groppo in gola. Anche adesso, mentre scrivo: ovvio che non e` un argomento spendibile sul terreno della critica letteraria, pero` per me vale moltissimo. Far piangere (o far ridere, non c’e` alcuna differenza sostanziale) e` impresa difficile anche per chi ha a disposizione parole parlate, gesti e altri sostegni visivi e auditivi; riuscirci con poche parole scritte e` prerogativa dei grandi, quelli veri, quelli che durano. Per quanto mi riguarda, recentemente ci e` riuscito Jonathan Safran F&œlig;r: e a pensarci bene, forse il bambino Oskar Schell potrebbe essere figlio o nipote di Hans, no? Con quei nonni di Dresda e quel bisogno di sapere la verita` a tutti i costi…
Non so come i critici possano giudicare, oggi, Opinioni di un clown, ma so che e` un libro molto amato e molto citato in rete, da giovani blogger: ne sono felice. Vuol dire che non sono la sola a pensare con ostinata tenerezza « al clown che piange nella vasca da bagno, al caffe` che gli sgocciola sulle pantofole ».

pubblicato per gentile concessione di Longanesi, tratto da I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, a cura di Romano Montroni.
 

Il libro che mi ha cambiato la vita? Piccole donne

In quell’incerta eta` che va sotto il nome d’infanzia ero, mi dicono, molto cagionevole di salute. « Debole di polmoni e di bronchi, povera piccina », sentivo commentare attorno a me, dalla nonna, dalla
mamma, dal dottor Magstahler, che aveva i peli nelle orecchie e mi vellicava delicatamente la schiena quando mi visitava e mi faceva ridere imitando il rumore dei miei bronchi, e cran cran le belle rane, diceva. Per di piu` non vivevo forse a Milano, citta` non propriamente adatta ai polmoncini fragili? E in una trafficatissima via Ariosto, sotto i cui mu¨r passen e ripassavano i tramm, frecass e vita del me Milan?
Fatto sta che ho un’immagine precisissima di me, seduta a letto, nel lettone dei nonni, in una grande stanza di un grande appartamento, dal lato silenzioso che dava sul m&ælig;stoso cortile, sostenuta
da tre cuscini, e con (di gia`) pile di libri accanto.
Avevo otto anni e da tre leggevo, divoravo, bevevo tutto quello che mi veniva offerto in lettura. Soprattutto dalla mamma, che la sapeva lunga. Avevo cominciato con un libro meraviglioso, Storie della storia del mondo, di Laura Orvieto, che mi ha insegnato tutto quello che c’e` da sapere (per persone normali) su Achille, Ulisse, Omero, Virgilio e il loro mondo, e che con le sue illustrazioni aveva permesso alla mamma di spiegarmi la differenza tra i vasi a fondo rosso e i vasi a fondo nero, inizio di una passione per la vascologia greca. Avevo continuato con Carlottina e Carlottina, ovvero come mentire ai genitori per il loro bene (i genitori in questione sono una coppia alto-borghese di divorziati viennesi, le due gemelle separate dall’infanzia si ritrovano per caso in un campeggio estivo, si scambiano, li rimettono insieme, mentre una impara a cucinare le frittatine dolci e l’altra ad andare ai concerti). Ho proseguito con Cirip, corso di resistenza alle disgrazie (Cirip e il suo fratellino sono orfani e poveri), ma anche corso di grazia di vivere;
perche´ alla mia eroina, come a mia madre nei suoi racconti dei lunghi mesi vissuti nelle retrovie siciliane durante la guerra, bastavano un fiore e una candela per creare un’atmosfera festosa (a Cirip bastavano anche tre chiodi allineati per fare un bell’attaccapanni).
Poi mi vennero serviti i racconti da Shakespeare dei fratelli Lamb in una bella edizione illustrata che si e` persa nei mille traslochi della vita.
E infine e` arrivata Jo. Jo March. Magra, castana, spigolosa, divoratrice di mele e di libri come ero io nell’anno scolastico 1951-1952.
Si fa presto, ora, a ironizzare su Jo protofemminista, su Jo « che trascina il prodotto », su Jo che si considera un symbol, come fa molto spiritosamente Stefania Bertola nella sua esilarante introduzione
alla nuova edizione Einaudi – una sorta di incontro e intervista tra le sorelle March, con coda di polemica contro le noiose sorelle Bennet di Orgoglio e pregiudizio, e protesta delle March collocate dalla storia nello scaffale dei libri per ragazzi, mentre le Bennet trionfano in quello della letteratura.
Jo che legge, che ironizza, che ha un vestito con una pezza da nascondere come puo`, che si taglia i capelli, che se ne parte per andare a lavorare nella grande metropoli, che campa scrivendo, che sposa per amore non Laurie, bello e fatuo e forse gay, secondo la Bertola, ma il vecchio (ai nostri occhi di bambine) professor Bh&ælig;r. Un modello insuperabile di quel femminismo equilibrato per cui sono stata rimproverata tante volte dalle mie amiche piu`estremamente rivoluzionarie ed ideologhe.
Ma rileggendo l’inizio del romanzo, che ho sempre immaginato (potere del cinema) incarnato dal cast della seconda versione cinematografica del libro, da cui provenivano le illustrazioni, quella in cui Jo era June Allyson, il frivolo Laurie era Peter Lawford e Bh&ælig;r Rossano Brazzi, ho letto che Jo faceva pensare a « un puledro ». Che sia stato questo, a farmi sentire cosi` profondamente affine alla mia proto-eroina? Che sia stato perche´ anche la mia mamma, in quegli anni, mi chiamava puledro, per la confusione di braccia e di gambe che mi circondava? Da quel lettone dove si consumarono per mesi le mie coatte assenze da scuola e i miei studi sui sacri testi, con la lettura di Piccole donne e di Piccole donne crescono (ma non mi sono risparmiata il resto del ciclo) e` iniziata la mia confusa e lenta scalata l’indipendenza
e all’autonomia.
Per carita`, Jo March, visti i tempi e il contesto, ha fatto piu` fatica e ha fatto di piu`, compreso diventare un modello, a quanto pare, per milioni di aspiranti Jo, che ignorano quasi l’esistenza di punte piu` estreme di liberta` per eleggerla a simbolo. Io mi accontento di averla precocemente incontrata nel lettone dei nonni, e di avere schivato il destino di Amy e di Meg. E, nel mio piccolo, di aver trovato, come Jo, una ragionevole liberta`.

pubblicato per gentile concessione di Longanesi, tratto da I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, a cura di Romano Montroni.
 

Il libro che mi ha cambiato la vita? La condizione umana

Inspiegabilmente passando attraverso le maglie della rete censoria fascista, negli ultimi anni Trenta apparve in Italia, stampato da Bompiani, il romanzo La condizione umana di Andre´ Malraux, scrittore dichiaratamente antifascista che oltretutto aveva comandato una squadriglia &ælig;rea durante la guerra di Spagna combattendo dalla parte dei « rossi ».Ma questo nel risvolto di copertina non poteva essere scritto. Il romanzo era ambientato a Shanghai nel corso degli scontri tra i comunisti cinesi e gli uomini del generale Chiang Kai-shek. A me capito` tra le mani nel 1942, in piena guerra, e non sapevo nulla dell’autore. Dovevo ancora compiere diciassette anni, ma avevo gia` sulle spalle un carico di buone letture.
Ero, in un certo senso, vaccinato. Eppure la lettura di quel romanzo mi sconvolse al punto tale da rendermi febbricitante. Ricordo di averlo letto tre volte di seguito. Mi diede una piu` chiara visione del mondo, mi fece crescere, costrinse il mio cervello a ragionare in un modo diverso da quanto avesse fatto sino a quell’incontro. Soprattutto mi fece capire che i comunisti non erano quegli esseri feroci, stupidi e crudeli, rappresentati dalla propaganda fascista, ma che erano forse piu` uomini degli altri. E questo per me, da allora in poi, significo` molto. E poi m’insegno` che la liberta` si conquista e si afferma con l’azione. Insegnamento fondamentale per un diciassettenne.

pubblicato per gentile concessione di Longanesi, tratto da I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, a cura di Romano Montroni.

STIRPE / FOIS

Divorato. (Ulisse non c’è ed ho più tempo per me). Anche se letto in “canone inverso” rispetto al successivo Nel tempo di mezzo, mi ha scavato dentro una breccia di angoscia. E’ una saga tragica, una solenne Pastorale, nel senso più alto del termine. E’ la storia di due giovani innamorati, accomunati da un’infanzia negletta, che danno vita ad una stirpe in cui “la voce del sangue” impregna i rapporti tra vivi ed assenti in un dialogo incessante che si dipana lungo il rosario di tragedie che costella mezzo secolo delle loro vite. In questo contesto di fatalità biblica, strettamente connesso alla “piccola realtà” dei due sposi, l’autore inserisce eventi (a me ignoti) di due guerre mondiali, levando alto il grido dell’assurdità della violenza, privata e pubblica. Che dire di più? Se la gente comune usa mediamente 2000 vocaboli, Fois (vivaddio è un Italianista), ne usa 200000, con una fluidità e naturalezza che rendono le sue pagine tragiche e palpitanti come un quadro di Caravaggio. Il riflettere profondo sull’umana condizione e sull’ineluttabilità del destino, fanno da canovaccio ad una vicenda corale che rimanda alle saghe familiari dei grandi scrittori dell’Ottocento. Ho preferito Nel tempo di mezzo perchè per me è stato meno angosciante, più pregno di una sottile speranza che in Stirpe albeggia solo nelle ultime pagine, con la comparsa di Vincenzo Chironi, scaturigine del secondo atto. Attendo con ansia intellettuale il terzo atto del grande Marcello Fois.

Nel tempo di mezzo/Fois

L’ho letto d’un fiato ed alla fine piangevo. Un trovatello friulano alla conquista della sua identità vera in Sardegna. La prima parte, quella dell’avvicinamento fisico ai luoghi degli avi, è la più densa ed introspettiva: sullo sfondo il fine-guerra con tutto il tragico strascico di fantasmi e miserie. Qui, secondo me, l’interiorità del protagonista prevale sugli avvenimenti che sta vivendo e li sostanzia. La parte centrale del suo inserimento in seno alla famiglia ed alla comunità che lo accoglie, è più scontata: l’originalità sta nel fatto che i legami di sangue si allacciano attraverso i silenzi, le intuizioni, più che con i dialoghi, in puro clima “isolano” e quindi auto-isolante. L’epilogo drammatico con le sue dipartite, costruito in parallelo con la conversione di Matteo Levi, evangelista, è un prezioso mosaico di tessere di un dolore che, antico come l’uomo, è per ciò sempre fatalmente attuale. Un buon libro, un autore capace di catturarmi e calarmi nel suo/nostro labirinto di sofferenza. Grazie Vronskj!

Il libro che mi ha cambiato la vita? L’Odissea

Il libro che mi ha cambiato la vita e` l’Odissea, il primo libro che ho letto: o meglio, il primo che mi e` stato raccontato quando ancora non sapevo leggere. Mio padre era un grecista, e – incaricato ogni sera di raccontare una favola a me e mia sorella – ci raccontava le storie di Ulisse: l’avventura con il Ciclope, l’incontro con Circe, il cavallo di legno dal cui ventre cavo erano usciti i greci che avevano messo Troia a ferro e fuoco… Io aspettavo il momento di andare a dormire per ascoltarle e riascoltarle. Questo, il primo incontro con l’Odissea. Il secondo e` avvenuto a scuola. Al liceo, allora, si leggeva Omero, ovviamente in greco e in metrica. Nel mio caso, il ventitreesimo canto dell’Odissea: Ulisse, tornato in patria dopo vent’anni, ritrova e riabbraccia la moglie. Un Ulisse diverso, non piu` protagonista di fantastiche, mirabolanti avventure. Un uomo come tutti gli altri, o almeno cosi` ho creduto fino a quando, all’inizio della carriera accademica come storica del diritto, ho scoperto che era un uomo speciale e diverso. In quegli anni l’amore per Omero mi aveva spinto ad allargare lo sguardo dal mondo romano a quello greco, alla ricerca dei princìpi etici e sociali che regolavano il mondo descritto nei p&œlig;mi. Nel mio viaggio alla ricerca delle regole, il viaggio di Ulisse non era una metafora, non era l’esperienza attraverso cui l’er&œlig; maturava, formandosi al dolore e grazie a esso trasformandosi, non era l’obiettivo che consentiva a prezzo di infinite fatiche e sofferenze di prendere coscienza della condizione umana. Era un luogo reale, il prototipo di una delle comunita` greche che stavano dandosi le strutture fondamentali di quella che sarebbe diventata la polis. Ulisse, in questa prospettiva, era certamente, da un canto, un personaggio simile agli altri eroi, dei quali condivideva i valori fortemente – per non dire esclusivamente – competitivi. Come gli altri, doveva essere il piu` forte, il piu` coraggioso, doveva imporre la sua volonta` e soprattutto difendere il suo onore vendicando le offese subite, poco importava se volontarie o involontarie. L’etica della vendetta non lasciava spazio a considerazioni di quel genere.
La responsabilita` era la conseguenza del mero rapporto causale azione-evento. Ma Ulisse, che pure condivideva quei valori, alle qualita` eroiche (e ai comportamenti necessari perche´ gli venisse riconosciuto lo statuto eroico) ne aggiungeva altre, che lo rendevano particolare e molto diverso: era anche giusto. Dopo essersi vendicato, uccidendoli, delle offese arrecategli dagli arrogantissimi pretendenti alla mano della moglie, deve ristabilire l’ordine all’interno del suo oikos. I suoi dipendenti lo hanno tradito mettendosi al servizio dei pretendenti: meritano la morte, ma non tutti. Alcuni lo hanno tradito costretti dalla violenza dei Proci. Non avendo agito volontariamente, non hanno commesso alcuna colpa. E Ulisse, in veste di amministratore della giustizia domestica, li risparmia, affermando per la prima volta nella sfera del privato un principio che di li` a poco si affermera` come un principio fondamentale nella sfera pubblica: alla base della responsabilita` non sta il semplice rapporto causa-effetto; sta, per la prima volta, la colpevolezza, che presuppone la volontarieta` dell’azione.
Riletta in questa chiave, l’Odissea e` stata per me un documento fondamentale per seguire la storia che ha condotto i greci dal mondo della vendetta a quello del diritto. Ma non finiscono qui le prospettive di ricerca che mi ha aperto, nel corso degli anni. Altre, completamente diverse, le ho scoperte in seguito. Ad esempio, quella suggerita dal rapporto tra Ulisse e Penelope. Durante l’assenza del marito, Penelope, come ben sappiamo, resiste alla corte pressante dei Proci: ben centootto, ricchi, giovani e aitanti. Ulisse, durante il viaggio di ritorno, passa sette anni con Calipso, la ninfa gentile che gli aveva offerto l’immortalita` se fosse rimasto con lei, sulla sua isola. Ulisse rifiuta: e` un buon marito, ama la moglie, ma questo non gli impedisce, nei sette anni trascorsi con Calipso, di avere da lei due figli (Omero non ne parla, ma ne parlano i suoi commentatori, incerti solo sul numero: uno o due?) E un altro anno lo passa con Circe, che si decide ad abbandonare
solo dopo che i compagni lo hanno esortato a farlo. E anche da lei ha un figlio (di cui, di nuovo, parlano i commentatori).
Come non interrogarsi, leggendo questi episodi, sulle lontane lontanissime origini della doppia morale sessuale?
Potrei continuare, ma credo di avere spiegato perche´ il libro della mia vita e` l’Odissea. Per ragioni diverse – il piacere di sentir raccontare e di leggere, quello di ragionare, quello di studiare – mi ha accompagnato per tutta la vita.

pubblicato per gentile concessione di Longanesi, tratto da I libri ti cambiano la vita. Cento scrittori raccontano cento capolavori, a cura di Romano Montroni.

Il Campiello di Annamaria Testa – Parole di giorni un po’ meno lontani

Tullio De Mauro – Parole di giorni un po' meno lontani.

Sarà la capacità di raccontare gli anni della guerra, a Roma, unendo la freschezza del ragazzino che l’autore era a quei tempi e l’equilibrata, intelligente, acuta dolcezza dell’uomo grande che è. Sarà lo humour sottile e bonario che percorre le piccole storie familiari e l’impeccabile misura che rende narrabile l’indicibile dei grandi drammi. Sarà il fascino del liceo, raccontato com’era una volta, coi professori magnifici e terribili e l’incantamento per lo studio. O sarà l’amore per le parole a fare di questo libro una lettura che accarezza l’anima. Delizioso.

per gentile concessione di www.nuov&œlig;utile.it

Alle presentazioni dei libri

Mi dite le vostre sensazioni alle presentazioni dei libri? a me a volte sembra di assistere a una sorta di “recita”; ricordo anni fa un giornalista (un tempo in TV) che presentava un romanzo che secondo me manco aveva letto. E a una presentazione una giovane scrittrice che si dava le arie di Eleonora Duse ma poi il suo giallo non reggeva con corse su tacchi 12 alla velocità di Bolt.

A sangue freddo

Cinque o sei anni fa ho letto A sangue freddo di Truman Capote. E’ un capolavoro, mi si “ripropone” mentalmente spesso. Come se tra lettore e romanzo “giornalistico” si fosse creata una sorta di legame. Ho letto altri romanzi anche osannati dalla critica come Piperno o baciati dalle vendite come quello di Paolo Giordano ma… nel frattempo sono finiti nel dimenticatoio. La domanda è: perché alcuni romanzi “innaffiano” il nostro essere ed altri ci scivolano via come acqua su un impermeabile cerato?

La TV del 1967

Ho letto La forza del destino di Marco Vichi. E’ un buon romanzo giallo, lo consiglio. Solo non mi torna che nel 1967 ci fosse il TG Uno all’ora di pranzo. Io non ero nato ma ricordo che da piccolo la TV iniziava alle 5 più o meno. Qualcuno può aiutarmi? Grazie

Buon compleanno, Dago!

Buon compleanno, Dago! Piaccia o no, Dago ha cambiato il sistema di comunicazione on line. "È stata una lotta alla sopravvivenza, sono partito da zero, senza nessun editore alle spalle. E, cliccata dopo cliccata, mi sono conquistato il mio spazio”. Piaccia o no, per molti rimane una delle migliori fonti d’informazione. E’ stato il pioniere ( almeno da noi) dell’ infotainment, informare divertendo. E quando sbaglia ( può capitare) paga ditasca sua ( per cause di diffamazione passate e in corso). Non gli si può negare fiuto politico, Roberto è stato tra i primi supporter di Beppe Grillo, in tempi in cui la grande stampa ignorava del tutto le gesta del “guitto” genovese o ne parlava in termini di peste bubbonica.
Dal suo vecchio lavoro di Dj ( la sua vera passione) Dago ha imparato l’arte di miscelare l’alto e il basso. Frulla il trash e lo chic. Il risultato sono le sue cronache utra/cafonal, campionario irresistibile di volti “picassiani” colti dall’ obbiettivo di Umberto Pizzi e specchio (delle brame) del potere godereccio e mangiereccio.
Una volta Pino Aprile, scrittore attento al dettaglio sociale, disse: Se non sei su dagospia, non esisti…Monti o non Monti, il gossip non morirà mai, tutt’al più si aggiorna, si fa update. Il gossip alletta, è un lusso a buon mercato che tutti si possono permettere. E come Matilde Serao insegna: il pettegolezzo è come una puntura di una vespa, fa male ma dura poco.
Il motto di Dago è il gossip di oggi è la notizia di domani…

 

Ora comincia la vita di Isabel

Isabel comincia la sua vita, non ha nemmeno il tempo di salutare qualcuno, forse per volere della madre o forse perchè in fondo le va bene così.
Lasciano Barcellona e arrivano in Costa Rica, sul versante dei Caraibi, un luogo sospeso nel tempo, dove la natura domina sovrana su ogni sentimento.
Isabel incontra Dylan un ragazzo misterioso, il primo ragazzo che le farà battere il cuore, più forte.
Una scoperta inquietante capovolgerà ogni progetto: la costa è in pericolo, una compagnia del petrolio vuole distruggerla e Dylan è svanito nel nulla.
Isabel da sola entra nella giungla, a cercare Dylan, sperando di salvare la costa.
Tra personaggi bizzarri, sogni che abitano dentro altri sogni come scatole cinesi, in un'atmosfera da favola dark, questo romanzo ci costringe a fare un viaggio dentro la nostra interiorità più profonda.
Tra emozioni forti, paure incontrollabili, e momenti di divertimento.
Mentre il finale ci regala la promessa più importante che caratterizza ogni vita umana.

Giovanna Giolla, Ora comincia la vita di Isabel, Tea

 

Il cuore in mano

Da almeno trent' anni Milano parla male di sé. In tempi di crisi può essere utile incoraggiare il cambiamento per portare a galla nuove energie e uscire dal quel circolo vizioso che ha condizionato le tante false partenze della città. Bisogna indagare la città sconosciuta dei nuovi quartieri, spiegare se è meglio del mortifero centro storico che la sera si spegne come una candela, se ci sono vitalità interessanti da far emergere, se i sentimenti e le passioni di tanti giovani che si muovono dietro gli anonimi palazzoni di periferia racchiudono speranze ed entusiasmi da coltivare. Salvatore Carrubba è andato a cercare lontano dai salotti, dagli stereotipi modaioli, dal radicalismo chic che per anni ha inchiodato Milano a girare intorno a se stessa, il cuore di una città tante volte dato per scomparso. E Il cuore in mano (Longanesi, pp. 204, 14,50) è il titolo del saggio che invita a guardare Milano con un occhio diverso, a leggere nelle pieghe della società minuta un cambiamento in corso che la città oggi vive, ma non sa ancora riconoscere. Un libro eccentrico, peripatetico, impressionistico e fazioso, avverte l' autore, ex direttore del Sole 24 Ore ed ex assessore alla Cultura nella giunta Albertini, liberale nei principi e rigoroso nelle analisi. Per lui (ma non è il solo a pensarla così) è fuori dalla cerchia dei Navigli e dal quadrilatero «vipposo» del centro la grande occasione di Milano per crescere e ricreare quel sentimento di appartenenza che è stato forza trainante della città. Se non vuole diventare un agglomerato indistinto di strade e di case, la città deve cessare di guardarsi con la lente dei rimpianti e dare passione, inventiva e iniziativa ai suoi quartieri che sempre più diventano, con i prezzi impossibili del centro, i luoghi dei giovani e delle nuove famiglie. La periferia milanese non ha salotti da esibire o nomi importanti da presentare: necessita di cure, di verde, di presidi sociali e culturali, di essere liberata, al pari del centro storico, del mefitico traffico che l' assedia, di avere servizi e funzioni che la miopia della politica ha concentrato nel raggio corto attorno al Duomo. Carrubba si addentra con curiosità e affetto nei luoghi e nelle strade dove è difficile essere ragazzi, e avverte un sollievo quando incontra preti di trincea, volontari che fanno assistenza, presidiano il verde e organizzano doposcuola, circoli che mantengono una funzione culturale, biblioteche (che lui da assessore ha contribuito a salvare) sempre più frequentate da ragazzi. E detta l' agenda di un rinnovato riformismo milanese: periferie, urbanistica, ordine pubblico, integrazione, lavoro, cultura, welfare. A Milano ci sono ancora treni che passano, conclude. Ma la città si deve amare: viverci deve essere una grande opportunità, non una condanna.

Vita da cani

Già nel XIV secolo in Francia si amavano tanto i cani da vestirli in inverno, come mostra una miniatura in cui Carlo VI è preceduto da un piccolo levriere con una gualdrappa ricamata. Nel secolo successivo ecco che Carlo VII ordinava un taglio di stoffa di un bel colore verte squillante per una sua cagnolina. Luigi XI, sulla sua tomba, volle essere rappresentato con la sua spada e il suo cane preferito. Suo figlio, Carlo VIII tollerava persino che i suoi levrieri dormissero sul suo letto, e abbiamo l'ordine di diciotto braccia di tela di lino da stendere sul talamo regale per evitare che i cani sporcassero coperte e lenzuola. Francesco I sosteneva che per accogliere degnamente un ospite illustre, bisognava rallegrare i suoi occhi con una bella donna, un bel cavallo e un bel cane. Enrico III, pazzo per dei cagnolini chiamati Bichon, ne portava diversi in un bel cestino gallonato che portava addirittura a tracolla e da cui non si separava nemmeno per la messa o le udienze con gli ambasciatori. Enrico IV (quello di “Parigi val bene una messa”) e sua moglie, Maria de Medici erano sempre circondati da animali di ogni tipo, anche a tavola. Con Luigi XIII vennero di moda i cosiddetti cagnolini da manicotto: la minuscola razza era originaria dell'Artois, e rimase in auge fino alla metà del XVIII secolo. Erano davvero così piccini da stare dentro al manicotto. Con Luigi XV ecco la moda degli spaniels, dei danesi e dei King Charles; uno di questi, Filou, era il suo prediletto e il re sosteneva che fosse il solo che lo amasse sinceramente. Non stentiamo a crederlo.

Vorrei e non vorrei

Nostro padre ci insegnò a dire "vorrei" invece di "voglio". Aggiungendo che l'esitazione implicita in quella forma verbale nulla avrebbe tolto alla fermezza della volontà, quando si fosse trattato di volere il bene.

Così scrive la sorella di Edoardo Ruffini, storico del diritto che, come il padre Francesco, fu sollevato dalla cattedra per aver rifiutato di giurare fedeltà al Partito fascista.



 

Giocando nel cortile a nascondino

Nessuno ha voglia di raccontare la normalità del Sud, facendo vibrare le corde del sentimento. Nessuno osa più parlarne in termini di psicologia morale. Ed ecco, che appena avevo cercato di descrivere il mondo che io stessa avevo conosciuto da bambina, col recondito intento di capire come mai certi principi e valori nei quali ero cresciuta e ai quali ero stata abituata, avessero finito per essere calpestatia tal punto da finire cancellati nel loro esatto contrario, e cioè nel trionfo di Gomorra, nel regno della violenza senza regole e dell’abuso sistematico, nel dominio incontrastato della crimi- nalità organizzata, trasformando il paradiso della mia infanzia in un luogo osceno, abietto, dal quale fuggire, salvo farne una specie di immensa cloaca abbandonata, pronta ormai ad acco- gliere soltanto gli escrementi di un Cetto Laqualunque o i lazzi antisudisti di Camillo Langone, i lettori più sensibili volevano saperne di più. Riscoprivano non solo una curiosità, ma una passione, forse addirittura un orgoglio per quella terra incogni- ta e remota. Cercavano di capire, di ritrovare una prospettiva, forse perché intuivano che se davvero si vuole cambiare qualco- sa al Sud, bisogna innanzitutto cominciare a cambiare se stessi, a partire dal modo di pensare se stessi. Molti, e io fra questi, sono convinti oggi che il Sud non sia un problema, ma una risorsa. Il Nord è saturo e se dobbiamo puntare sulla crescita, dobbiamo puntare al Sud, dove esiste la materia prima, e cioè la materia grigia, per la crescita di un’economia postindustriale, fondata sull’alta innovazione tecnologica e la valorizzazione del capitale umano. A Sud infatti, ci sono ancora le teste, c’è la demografia, c’è l’energia vitale e soprattutto c’è la fame. Allora, criminalità a parte, il vero problema, forse, è una questione mentale e sta nel modo di pensare se stessi: è la mancanza di autostima, la scarsa cura di sé che nasce dall’assenza di fiducia in se stessi e sfibra il Sud sino all’avvilimento. Un male al quale non è impossibile rimediare.