In cammino verso Santiago/11

di

Il giorno prima di arrivare a Santiago mi assale una strana paura del bosco dopo che vedo la carcassa di un cane ripulita a puntino, ne ho incontrati di cani (l’idea del cane randagio era una delle mie paure iniziali, smussata quando ho saputo che in spagnolo si chiamano perros vagabundos, ne ho incontrati ma non li guardavo e se mi venivano incontro battevo più forte i piedi ed il bastone per terra o abbaiavo). Lì però mi viene paura e chiedo a Nonsochi di non star sola, compaiono lontane tre figure, accelero e mi accodo a tre donne ed un uomo di una certa età, hanno addosso mantelli per la recente pioggia, fatti coi sacchi della spazzatura che svolazzano e li rendono un po’ surreali, procedono in silenzio, penso che gli angeli custodi vanno bene anche brutti e sgraziati. Anzi. Loro non mi degnano di uno sguardo. Appena vedo il primo cartello stradale che indica la vicinanza (tanto poca che domani sarò lì) con Santiago comincio improvvisamente a singhiozzare, le braccia appese al mio bastone. I quattro mi si fanno intorno, in silenzio, piccolo presepio dall’umanità, io sovr&ælig;sposta, senza vergogna. Quando ho finito il cerchio si rompe e ricominciamo a camminare, io dietro, leggera e riconoscente.
Arrivo tardi quella sera e non trovo posto per dormire, chiedo in un bar di poter dormire lì, con la testa sul banco come all’asilo, ma non me lo permettono. Fuori dalla grazia di Dio devo optare per un tre stelle che vedo sulla statale. Sono impresentabile. Arrivo alla reception, la signorina non si scompone e mi assegna la stanza. Rido da sola, non ero preparata a questo lusso dopo tre settimane di letti a castello, pavimenti di cucine di case poverissime, cartone come materasso in una palestra, ho dormito anche sulla panca di una chiesa. Butto tutto per terra e mi metto a saltare sul letto, mi fermo perché penso sia indecoroso morire in questo albergo con l’osso del collo spezzato, dopo tanta fatica. Riempio la vasca di acqua calda e penso che è bellissimo arrivare a Santiago dopo un bagno caldo. Faccio le acrobazie per entrare, non posso mettere i piedi nell’acqua calda, ho perso le unghie degli alluci e voglio tenere i piedi sempre al fresco, l’operazione è difficilissima, ma poi riesco, mi sento come nuova, ceno nel ristorante dell’albergo con gli unici vestiti decenti: un paio di bermuda marroni e una maglietta viola di cotone, tutto stropicciatissimo, ai piedi i sandali comprati ad Estrella, con gli scarponi non ce l’ho fatta che mi hanno spaccato le unghie così ho comprato questi da prete ma tecnici, di due numeri più grandi perché non c’era altro, però funzionano benissimo.
Mi spiace dormire da sola l’ultima notte senza le russate/ragliate degli uomini e le docce interminabili delle donne, condividere l’emozione dell’ultima partenza, ma questa storia comincia dalla ricerca di una nuova me, che sappia anche camminare da sola, e così va festeggiata, mi ordino piatti di pesce ed un discreto chardonnay, me ne bevo mezza bottiglia e vado a dormire felice.

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