Liberi di morire

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Con Liberi di morire, di Alberto Radicati di Passerano, considerato da Piero Gobetti nel lontano 1926 il «primo illuminista della Penisola» e il «primo nobile clamorosamente ribelle allo spirito di casta dei nobili», debutta la casa editrice Indiana, di Bernardino Sassoli de' Bianchi, un giovane filosofo bello, aristocratico e single, che è sicuramente il giovane editore più desiderato del momento. Giulio Giorello firma la prefazione, di cui diamo a Tranquilla una sintesi:

"La volontà di qualche legislatore di punire il suicidio è tanto assurda quanto quella di «sferzare una statua», diceva Cesare Beccaria. In tempi come i nostri, in cui si teorizza un diritto alla vita che in realtà è un obbligo a vivere a ogni costo (quali che siano le condizioni del nostro corpo e della nostra mente) e si prospettano leggi che privano i sudditi dell’autodeterminazione, imponendo quello che Mina Welby ha chiamato «il sondino di stato» («Corriere della Sera», 13 luglio 2011), è sempre bene rileggere un testo come questo. Radicati sosteneva la liceità del suicidio e che «l’uomo ha iniziato a temere la morte non più meramente per paura, o per una riluttanza a cessare di vivere: bensì per il timore di incontrare mali nuovi, più dolorosi di qualsiasi cosa esperita o sofferta in vita». E` nata così una burocrazia della morte, che opera mediante l’amministrazione della paura. Ed è contro questa perversione insieme dell’intelletto e dell’immaginazione che Radicati compie una vera e propria «rivoluzione della mente». L’idea del conte di Passerano di ripulire la comprensione umana da ogni forma di vano terrore non è solo funzionale alla scelta degli individui di come morire, ma anche alla scelta degli individui di come vivere". Giulio Giorello
 

Un pensiero su “Liberi di morire

  1. user38589

    Una vita costretta, in qualsiasi modo, cambia lo stesso concetto di vita.

    Pensiamo alla coppia: se ho un contratto firmato, che sia con la Divinità alla quale ho scelto di credere, o con l’ordine costituito, il mio o la mia partner sarà sempre cosciente che ogni suo scivolone sarà meno grave perché “tanto non me ne posso andare”. Un maltrattamento, mancanze di rispetto, leggerezze nei comportamenti o nella gestione quotidiana di qualsiasi cosa, dalla casa all’atteggiamento personale, cambiano.
    Se il mio interlocutore non è costretto a stare con me, il mio atteggiamento verso di lui sarà più rispettoso, sempre. Perché so che è libero di andare, in qualsiasi momento.

    Questo parallelo dovrebbe saltare agli occhi a chiunque non sia davvero miope: la costrizione a restare in una vita che non mi piace cambia la mia vita.
    Se so che me ne posso andare in qualsiasi momento, di sicuro avrò responsabilità economiche, etiche e morali, ma una società cosciente che un individuo infelice è libero di andarsene quando vuole, si comporterà IN OGNI COSA in modo più accorto: ad esempio non sarà incurante della sua felicità.
    Accanto alle ovvie considerazioni sulla nostra innata meschinità e le contromisure a medio e corto termine da prendere nei confronti di imbroglioni e potenziali debitori, ci saranno quelle più serie e a lungo termine, quelle da veri Statisti, Politici con al P maiuscola, che sapranno vedere che una società del solo profitto che schiaccia quelli che altri chiamano “i cavalli da soma della società” in un mondo dove questi possono decidere di non tirare più la carretta per tutti un cambiamento radicale non è solo teoria, ma necessità imprescindibile: non più sopravvivenza ma Vita, non più individualismo egoista, ma ricerca di una felicità minima accettabile per OGNI individuo esistente. Utopia, sulla carta, ma in un mondo in cui la gente esce dalla porta se quando entra la tratti male, prima o poi decidi che se non vuoi la stanza vuota e nessuno che compra, la gente dev’essere serena.

    Non scegliamo di entrare, dovremmo essere liberi di uscire e, almeno in quel caso, farlo senza soffrire, perché è ampiamente possibile.

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